Carlo Verdone: “In questo mestiere sei sempre sotto esame”

E’ di nuovo un momento magico per Carlo Verdone. In settimana è stato premiato con il David di Donatello per i suoi primi 30 anni di carriera ed ora esce pure un Castoro, scritto da Antonio d’Olivo, interamente dedicato all’attore-regista romano. In occasione della presentazione del libro, Carlo Verdone incontra il suo pubblico a Roma, alla Galleria Alberto Sordi. Guadagna il palco, facendosi strada faticosamente tra la gente che lo aspetta per festeggiarlo. “Siete la mia benzina”. Primo, lungo applauso. “Sono davvero orgoglioso di essere qui a presentare questo libro. Il Castoro è un obbiettivo davvero prestigioso, soprattutto per me, che faccio commedia”. E’ cosi’, il Castoro è davvero un’ obbiettivo prestigioso, è una storica collana che riunisce le monografie dei piu’ grandi del cinema e da oggi, tra queste monografie, c’è anche quella di Carlo Verdone. Quello che ha interessato Antonio D’Olivo del cinema di Verdone, è “la capacità di fotografare la realtà del paese in questi ultimi trent’anni, di seguire l’evoluzione di certi settori della piccola borghesia che, in questo arco temporale e nei suoi film, vediamo decadere, involgarirsi, incarognirsi. Prendiamo la maschera del coatto. Nei primi film di Verdone i coatti erano dei primitivi, ma in qualche modo erano dei puri, poi nel corso degli anni si sono incattiviti, hanno seguito la parabola di questo paese allo sbando.” Carlo Verdone, prende la parola tra gli applausi. Che obbiettivo si pone quando lavora? “Quello che mi interessa di piu’ fare con il mio cinema è seguire la realtà e i linguaggi che cambiano. Oggi ci incontriamo in questo posto che è intitolato ad un grande maestro, Alberto Sordi, che ha avuto la capacità di raccontare le trasformazioni italiane di mezzo secolo: i travagli della guerra, le speranze del dopoguerra, il boom, il ’68, il post ’68. Io vedo in lui il mio padre artistico: è riuscito a seguire e spiegare con la sua commedia momenti storici diversissimi tra loro, guardando sempre alla realtà che lo circondava. E questo è anche il mio obbiettivo.” Quando è nata la sua curiosità per il mondo che la circonda? “In famiglia ho imparato ad osservare. Sin da piccolo mi divertivo a imitare e prendere in giro parenti e amici. L’ironia di mia madre e i racconti di mio padre (il critico Mario Verdone), direttore per anni del centro Sperimentale di Cinematografia, sono stati fondamentali per farmi appassionare a questo mestiere. Nelle serate in cui a casa mia erano ospiti i piu’ bei nomi del cinema italiano dell’epoca io mi mettevo dietro la porta a vetri del salotto per spiarli ed ascoltarli.” Gli esordi, come tutti gli esordi che si rispettino, sono stati avventurosi? “Decisamente. Il mio primissimo ruolo fu quello di burattinaio, nella compagnia di Maria Signorelli, negli anni’70, una grandissima scuola. Lì facevo muovere e parlare le maschere ma non avrei mai pensato che, un giorno, sarei stato io la maschera. Poi arrivò un gruppo di teatro universitario, chiamato Teatro Arte, fondato da mio fratello Luca. Facevamo degli estratti di Rebelais, tutte le sere, in una cantina gelida e una sera si ammalarono ben quattro attori e mi trovai da solo a coprire cinque parti, entrando ed uscendo dal palco in continuazione. La mattina dopo, uscì sul “Momento Sera”,una piccola recensione su cui era scritto: Ha un certo talento, questo ragazzo che entra ed esce… la prima critica positiva!” Che rapporto ha con il suo pubblico che, letteralmente, lo adora? “La mia forza forse, è stata anche quella di non rendermi del tutto conto dell’affetto che mi circondava in modo da rimanere sempre con i piedi per terra… com’è scritto sui foglietti informativi di qualche medicinale: non è noto il meccanismo d’azione… ecco, a me, per anni, non è stato del tutto noto il meccanismo d’azione tra il mio lavoro e la gente e questo mi ha permesso di rimanere naturale ma allo stesso tempo spesso basito di fronte all’immenso affetto del pubblico.” Una delle caratteristiche di molti personaggi di Verdone è senz’altro, l’imbranamento, una certa paura nei confronti delle donne. “Anche questo rientra nella mia volotà di descrivere i cambiamenti sociali. Quei personaggi nascono in un momento in cui i rapporti tra uomo e donna stanno mutando profondamente, lasciando molti uomini spaesati e con un forte senso di inadeguatezza. Questo ho dovuto raccontarlo. Io, Nuti, Troisi, abbiamo proposto un immagine dell’uomo che molti hanno definito debole ma che io definirei un’immagine sincera. Abbiamo provato a descrivere con onestà il rincoglionimento del maschio italiano che arrivava dopo il movimento femminista che aveva terremotato tutto. In realtà, nei miei film la figura femminile è sempre centrale, è l’imprevedibilità di Marisol (la spagnola giramondo di Un sacco bello), ma anche la presenza saggia e rassicurante della sora Lella o la sensibilità complessa di Margherita Buy in Maledetto il giorno che t’ho incontrato“. Si dice che sul suo set si respiri sempre un’aria rilassata e che negli ultimi film le capiti sempre più spesso di improvvisare, quando ha cominciato? “Quando ho capito di non aver piu’ niente da dimostrare. Con il passare del tempo mi sono reso conto che non bisogna pensare troppo quando si recita. Anzi, spesso sul set lascio andare il mio corpo per conto suo. Ma questo è qualcosa che si acquisisce con il tempo, con la conquista della serenità e della sicurezza. Ed è qui il difficile perchè in questo mestiere si è sempre sotto esame”. Sono molte le persone venute a festeggiare Carlo Verdone questa sera: c’ è Claudia Gerini, sua partner anche nell’ultimo film (Grande, grosso e Verdone), “è l’unica che ha la capacità istintiva di sopportare e sorreggere le mie improvvisazioni” dice l’attore, c’è Mario Verdone, padre e critico cinematografico, c’è Luca Verdone, fratello e regista cinematografico e teatrale, c’è il regista Veronesi che dice che “Carlo è un grandissimo attore”, c’è Beppe Fiorello di cui Carlo Verdone dice “Sono orgoglioso di avere lanciato uno come lui, un talento puro, di cui nessuno aveva ancora intravisto i tempi comici”, ma le ultime battute sono dedicate al primo grande personaggio che ebbe fiducia in lui… Puo’ raccontarci qualcosa della sua collaborazione con Sergio Leone? “Avevo fatto Non-stop e cominciarono ad arrivare le telefonate di vari produttori ma io ero intimidito, dicevo no a tutti finchè mia madre un giorno mi venne a dire: – C’è Sergio Leone al telefono. Era il mio mito. Mi voleva vedere a casa sua, a via Birmania. Porca miseria! Il cancello di casa sua era sormontato da un’ enorme testa di leone e a me che ero già molto emozionato mi incutè subito una certa soggezione. Lo stato di disagio si acutizzò quando, nel suonare il citofono presi la scossa e vidi correre due dobermann verso il cancello. Arrivò’ un cameriere che mi fece entrare e lì, nel salotto, c’era lui che mi aspettava e mi guardava fisso e non parlava. Si capiva che si stava divertendo a mettermi paura. Dopo dieci minuti buoni di silenzio mi disse: – Io ancora devo capire perchè mi fai ridere, si fece lasciare il soggetto che avevo portato e mi salutò. Qualche giorno dopo mi richiamò, disse che il soggetto non gli piaceva ma che ci si poteva lavorare sopra e soprattutto mi convinse che se volevo fare quel film il regista dovevo essere io. Cosi’ cominciai a lavorare con Sergio Leone. Mi sequestrò letteralmente, facendomi lavorare per 8 mesi, 8 ore al giorno e poi… mi riempiva di sberle, ma non in senso metaforico… Fu una grande scuola!”

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