Paolo Villaggio: “Vuoi fare l’ attore? Non é vero, hai solo paura”

A Paolo Villaggio si sa, piace passare per antipatico. E ci riesce benissimo. Il suo sarcasmo impietoso coinvolge tutto, dai grandi personaggi storici alla situazione, a suo dire catastrofica, del teatro in Italia. Se Garibaldi era un asino vanesio e Giulio Cesare “un uomo basso di statura, quasi un topo e dunque molto risentito”, Gandhi “uno snob e un gran vigliacco”, i Gracchi “degli arrivisti pronti a tutto” (come scrive nel suo ultimo libro Storia della libertà di pensiero), gli attori di teatro sono degli imbecilli e il loro pubblico è composto di quasi-salme. Ma, Paolo Villaggio, oltre a fare lo scrittore, fa il comico ed è difficile capire quando i suoi attacchi sono ispirati dal gusto della provocazione e quando dal puro disprezzo per questo misero mondo che lo circonda. E non lo addolcisce neppure la platea di giovani aspiranti attori e studiosi di teatro accorsi ad ascoltarlo all’ Università di Roma.

Qual è, oggi, la situazione del teatro in Italia?
Il teatro, in Italia, è morto da tempo. Mancano gli autori. L’ultimo nostro drammaturgo degno di nota è stato Pirandello. Nessuno in questo paese scrive più per il teatro, perciò non c’è mai niente di nuovo.

Per questo nessuno ci va più?
Qualcuno ci va: gli abbonati, un pubblico che in genere ha un’età media di 70-75 anni, che va a teatro perché non ha altro da fare. Lo zoccolo duro all’interno del pubblico di abbonati poi, sono le vedove, di solito riunite in branchi. Per loro il teatro rimane l’unica occasione di svago, non ci vanno per reale curiosità intellettuale. Qualcuno lo usa anche come terapia contro l’insonnia. A questo fine, suggerisco di andare a vedere i lavori di Ronconi, mi sembrano particolarmente adatti.

Molti giovani amano il teatro…
Molti giovani dicono di amare il teatro, ma poi non ci vanno. Io non ne vedo in platea. Vanno a vedere Fiorello, Beppe Grillo, ma quelli sono fenomeni diversi. Poi ci sono i ragazzi che pensano di voler fare teatro. Quando ne arriva qualcuno che mi dice: “sento il bisogno di fare teatro”, io penso subito:non è vero. Quello che sentono il bisogno di fare, nel 90% dei casi, è mascherarsi, nascondersi dalla paura di confrontarsi con la vita reale. E questo è un mestiere che ti permette di farlo.

Gli attori sono vigliacchi?
Gli attori sono degli imbecilli. E’ difficile convivere con loro. Sono egocentrici e poco talentuosi nella conversazione. Sono noiosi, finti, pieni di sovrastrutture. Inventano addirittura nuovi vocaboli per darsi un tono. E poi sono ridicoli, con quelle voci terribili…

Tutti così?
Una delle poche eccezioni a questa regola fu Ugo Tognazzi, un uomo molto intelligente e dunque del tutto privo di sovrastrutture. Una volta eravamo da Maurizio Costanzo e due importanti intellettuali cominciarono ad accapigliarsi su questioni incomprensibili davanti ad un pubblico di massaie affascinate e sbigottite dall’oscurità di quel dibattito. Ad un certo punto il conduttore va da Ugo e gli dice “Come mai è mezz’ora che è cominciata la trasmissione e lei ancora non ha detto niente?”, lui lo guarda e gli fa “mi scuso, ma data la mia ignoranza, confesso:io di questa discussione non c’ho capito niente”. Il pubblico di massaie era in delirio.

Tornando ai giovani che vogliono fare teatro, lei che suggerisce?
Volete fare gli attori? Prima di tutto bisogna capire bene qual è il motivo. Ambizione? Soldi? Se i motivi sono questi lasciate perdere, il teatro non fa per voi. Magari potete provare con la televisione. E d’altronde, se i motivi che vi spingono sono questi, sicuramente non avete un vero talento. Chi ha talento deve innanzitutto crederci ed essere convinto delle proprie qualità. In genere, poi, chi ha veramente il sospetto di avere delle qualità non lo sbandiera in giro, se lo cova dentro.

Le scuole servono?
Scuole? Macchè scuole! Sono una perdita di tempo, anzi la scuola può danneggiare il vero talento. In queste famose e prestigiose accademie non fai che convivere con gente mediocre rischiando pure di assimilarne i difetti. E questo è vero soprattutto per gli attori comici.

Gli attori comici sono speciali?
Totò è andato a scuola? E Stanlio e Ollio? E Alberto Sordi? No. La comicità non si può imparare. I tempi comici fanno parte del patrimonio genetico. Nemmeno Gassman, che pure veniva dall’Accademia, ha imparato a scuola a fare il comico. E’ stato Monicelli, per “I soliti ignoti”, ad intravederne il talento latente per la commedia e a farlo uscire fuori. Ma non aveva studiato da comico perchè da comico non si puo’ studiare.

Cos’è che fa ridere?
Tutti i grandi comici, nei loro ruoli, rappresentano dei bambini cresciuti. I loro personaggi hanno l’età mentale di 6-7 anni. Il comportamento comico, probabilmente, riporta il pubblico all’infanzia, un periodo generalmente felice e privo di preoccupazioni. Forse è proprio da qui che nasce la risata. E’ il ritorno a un periodo lontano e gioioso.

Insomma, c’è un po’ di spazio per i giovani nel mondo dello spettacolo?
Ci sono spazi nuovi. La TV ha cambiato tutto:oggi più si abbassa il livello più l’ascolto sale, perciò c’è molto spazio per chi non ha un briciolo di talento ma magari ha un fisico adatto per fare la velina o per partecipare ad un reality. In quel caso possibilità c’è, provateci!

Ma lo spettacolo non dovrebbe essere anche una forma d’arte?
Lo spettacolo ormai è solo un business e l’unico business che conta è quello di questa tv che fa schifo. La Tv è la nuova dittatura, senza violenza ci impone i suoi miserevoli modelli come unici e assoluti. Appiattisce tutto. Molti giovani oggi, sono disperati perchè sono cresciuti in un contesto che ripete loro tutti i giorni, in maniera ossessiva, che apparire è più importante che essere e sono terrorizzati dall’eventualità di rimanere invisibili. Questa generazione vive annichilita dalla perdita di ogni riferimento culturale che la porta ad avere un’identità debole e, a lungo andare, anche alla perdita dell’istinto di sopravvivenza.

Che si può fare contro questo nichilismo?
Per guarire i giovani da questa malattia bisognerebbe insegnare loro che il successo, quello vero, non ha niente a che vedere con la popolarità e tanto meno con la visibilità ma questo è difficile perchè ormai l'”apparire” è un sistema. Pare che anche il Papa si sia lamentato di non essere entrato tra i primi, nella classifica dei 100 personaggi piu’ famosi del mondo…

 

 

 

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