Spike Lee: “In Italia la guerra ha lasciato ferite ancora aperte”

Ci sono esperienze, nella vita di una nazione, la cui memoria, per fortuna, non si cancella nemmeno in 60 anni. L’eccidio di Sant’Anna di Sazzema, per esempio. E’ il 12 giugno 1944 quando i tedeschi in “ritirata aggressiva” decidono di fare fuori tutta la popolazione di quel borgo dell’ Alta Versilia. 560 civili massacrati. Uno dei tanti episodi che hanno affogato nel sangue l’Italia spaccata in due tra occupanti nazisti in ritirata e alleati che li rincorrevano da sud. Nei boschi, la Resistenza. Sul perché e per come di quell’evento sono stati versati fiumi d’inchiostro ma certo è che, secondo  una sentenza del 2005, per  la magistratura italiana si trattò di eccidio e non di rappresaglia.

Quest’anno Spike Lee da Brooklyn, regista nero simbolo della rabbia dei ghetti, lontano anni luce per sensibilità e formazione dalla Lucchesia e dai fatti italiani del’ 44, ha deciso di girare un film ed è inciampato in quell’episodio doloroso. E’ scoppiato un putiferio.

 

Di che parla questo film così discusso?

L’episodio di Sant’Anna non è l’argomento principale del film. Questa è una storia che ha come protagonisti  quattro uomini di colore venuti in Italia con i “Buffalo soldiers”, una divisione dell’esercito degli Stati Uniti composta esclusivamente di soldati neri, per liberarvi dai nazisti. Spero che le polemiche scoppiate in questi giorni non offuschino il senso che io avevo intenzione di dare al film. Volevo raccontare un’ incontro tra due popoli in difficoltà: i quattro soldati neri, che subivano ancora in patria una discriminazione pesantissima, e il popolo italiano soggetto all’occupazione nazista. E’ la solidarietà e il vicendevole aiuto tra queste genti  il tema che volevo affrontare. E il contributo dei neri d’America alla seconda guerra mondiale, visto che non viene mai raccontato.

 

Perché un fim “italiano”?

Conosco bene e amo questo paese, per un motivo o per l’altro ci vengo spesso, dal 1986. Ogni volta che torno qualcuno mi chiede:  perché non gira un film in Italia? E in effetti, l’idea mi ronzava in testa da qualche tempo ma non avevo ancora trovato una buona storia. Un’ altra fantasia che avevo era cimentarmi in un film di guerra. Quando mi sono imbattuto nel libro di McBride, a cui è ispirato “Miracolo a Sant’Anna”, ho pensato che fosse arrivata l’ora di realizzare un film di guerra ambientato in Italia.

 

Che ne pensa delle polemiche scoppiate di questi giorni?

Il mio film è basato su un romanzo. Entrambi sono opere di fantasia. Sui titoli di testa è chiaramente specificato che si tratta di pura fiction, non avevo alcuna pretesa di realizzare un’ opera storiografica. Spero che il pubblico vada a vedere questo film con animo aperto, senza pensare a ciò che ha letto in questi giorni.

 

L’ANPI, l’associazione nazionale dei partigiani,  l’accusa di revisionismo perché nel suo film passa la tesi che la tragedia  di S. Anna fu una rappresaglia, non un eccidio

Da artista ritengo positivo che si siano scatenate tutte queste polemiche intorno al mio film. In fase di preparazione andavo in giro a fare sondaggi informali chiedendo alla gente, agli italiani, che idea si fossero fatti del massacro di Sant’Anna.  Nove persone su dieci non avevano idea di cosa stessi parlando. Il fatto che il mio film abbia riaperto il dibattito su questo episodio mi fa sentire orgoglioso. Forse è servito a spezzare il silenzio su quella tragedia. E d’altronde in questi giorni ho capito che c’è un’enorme ferita ancora aperta che riguarda l’Italia e la seconda guerra mondiale.

 

Si è posto il problema  dell’opportunità di affrontare, da straniero, un periodo così controverso della storia italiana?

E’ vero, sono uno straniero e anche John McBride, l’autore del libro cui è ispirato il film lo è. Ma amiamo e rispettiamo questo paese. Per l’adattamento ci siamo fatti dare una mano da Francesco Bruni, un italiano. Abbiamo avuto a disposizione molti consulenti a cui abbiamo fatto mille domande. Siamo arrivati qui con l’umiltà di dover imparare qualcosa di quel periodo storico prima di lavorarci sopra. Ci siamo documentati e anche durante la lavorazione del film se qualche dettaglio sembrava sbagliato ai nostri  consulenti, ci fermavamo e ricominciavamo da capo. Abbiamo trattato la storia al centro di questo film con il massimo scrupolo e rispetto.

 

Perché i partigiani si sono offesi allora?

Non esiste alcuna guerra tra me e i partigiani.  So che sono degli eroi perciò li rispetto. Ma  so anche che non esiste alcuna divisione manichea tra bene e male nella realtà. In questo film, come in tutti gli altri, i miei personaggi sono complessi, perché è la natura umana ad essere tale. Percio’ possiamo trovarci di fronte a due nazisti che si rivelano due brave persone e a un partigiano che dopo anni di macchia ha ancora la forza d’animo e l’onestà intellettuale di porsi un dubbio su quello che ha fatto e sta facendo.

 

E’ il suo primo film di guerra, a che modello si è ispirato?

Il mio primo film di guerra ambientato in Italia. I miei modelli sono stati quelli del neorealismo. I miei attori sono stati sottoposti a due training: uno del tutto fisico per i ragazzi che interpretavano i soldati, l’altro, per tutti, un training di cultura cinematografica.  “Roma città aperta”, “Paisà”, “Germania anno zero”. Abbiamo rivisto con gli attori tutte queste pellicole incredibili perché questa è la grande tradizione cinematografica italiana che ha saputo raccontare come nessun altra forma d’ arte la vita dell’Italia in guerra.

 

Come si è trovato a lavorare con attori italiani?

Benissimo. Si sono dimostrati tutti dei grandi professionisti. In linea di massima sono più disciplinati e preparati dei loro colleghi americani. Negli Stati Uniti, quando hai a che fare con attori un po’ famosi, non è sempre scontato che arrivino la mattina sul set sapendo tutte le battute a memoria. E grande professionalità ho trovato anche nei tecnici e in tutto il gruppo che ha lavorato con me. Girare questo film in Italia è stato uno dei momenti piu’ alti dellla mia carriera.

 

Quanto pesano le differenze di mezzi tra le produzioni italiane e quelle hollywoodiane?

La differenza è solo di scala. La grammatica del cinema è la stessa ovunque. Cambia la grandezza ma non è poi una cosa così fondamentale per realizzare un buon film.

 

Anche nel suo, come in  altri film di guerra, uno dei protagonisti è un bambino, perché?

E’ vero. Anche nei film del neorealismo ci sono sempre bambini in ruoli fondamentali. E’ perché esprimono esattamente quanto costa una guerra. Seppure sopravvivono alle violenze e ai bombardamenti, una parte di loro, privata del diritto all’infanzia, muore per sempre. L’orrore se lo portano dentro a vita.

 

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