Erri De Luca: “La rivoluzione nasce dalla vergogna”

“Non mi definisco uno scrittore ma solo uno che scrive storie. Il termine scrittore per me, è troppo carico di professionalità, mi fa pensare a un ingegnere delle parole, uno che crea su richiesta del cliente. Io invece scrivo solo storie mie e di persone che ho incontrato nella vita. Parlo solo di fatti miei, secondo le mie necessità”. Erri De Luca, autore napoletano, descrive così il rapporto con la scrittura, il suo attuale mestiere. Prima di essere uno che scrive storie, del resto, è stato molte altre cose: un’ operaio, un camionista, un volontario internazionale, un traduttore della Bibbia, uno di Lotta Continua. La vocazione alla scrittura l’ha scoperta intorno ai quarant’anni e, da allora, non l’ha piu’ trascurata.

 

Come nasce la sua voglia di raccontare?
Dall’abitudine ad ascoltare racconti dentro casa. La voce, per me, e l’orecchio che l’incontra, rimangono i primitivi organi della comunicazione. I miei primi ricordi infantili sono le voci degli adulti che raccontavano le storie legate alla più grande catastrofe dellumanità, la seconda guerra mondiale. Ne parlavano in continuazione, soprattutto le donne che erano state le testimoni di quello che aveva passato Napoli in quegli anni mentre gli uomini erano in guerra.

 

Quali sono invece i suoi primi ricordi legati alla parola scritta?

C’era una grande stanza a casa mia, piena di libri. Io vengo da una famiglia borghese la cui fortuna venne però azzerata dalla guerra. Tracce del passato rimasero nella passione di mio padre per i libri e in quella stanza. Quella era la stanza migliore della casa, la più tranquilla, la meno aggredita dalle turbolenze e dal chiasso della città del dopoguerra. Napoli allora era la città a più alta densità abitativa d’ Europa, si era in tantissimi e tutti rumorosi.
Che cosa ha imparato in quella stanza piena di libri?
I libri servono a isolarsi e a tenersi compagnia. Sono convinto che quando si è troppo giovani troppi libri siano pericolosi. Producono un isolamento volontario: se sei troppo piccolo, leggendo ti senti potente. I libri mettono a nudo le debolezze e le inquietudini degli esseri umani, degli adulti, che fuori sembrano grandi, sicuri, invincibili. I libri parlano delle tribolazioni e delle insicurezze, di quello che c’è dentro di loro, leggendo ti rendi conto che anche i grandi sono deboli e possono vacillare. E questa consapevolezza ti fa sentire potente.
Per tutta la mia vita i libri sono stati una compagnia insostituibile ma anche una grande consolazione. Scoprire, leggendo, che esistono parole, strumenti capaci di esprimere e spiegare quello che ti succede intorno è stato sempre un gran conforto.
C’è differenza tra l’isolamento di cui parlava e la solitudine?
Penso che la solitudine non esista. Ognuno di noi quando è solo, non lo è mai totalmente perchè si trova in realtà con una folla di persone, “assenti ingiustificati” li chiamo io: le perdite, o anche solo le lontananze, vengono ad affollare le nostre ore solitarie. La vera solitudine, forse, è raggiungibile attraverso la meditazione, ma di queste cose non sono un grande esperto. L’isolamento, invece, è l’atto volontario e consapevole di evitare il contatto con la vita. E ogni tanto fa bene porsi in una dimensione di distacco dal contesto.

Un libro che lei ama e traduce, da non credente, è la Bibbia, perchè l’attrae questo testo?
Intorno ai trent’anni mi sono trovato in un deserto. Facevo l’operaio a Mirafiori, la comunità di cui mi sentivo parte, quella nata dalle lotte della sinistra rivoluzionaria, si era disgregata, non c’ era più. In questo momento di smarrimento decisi di partire per un progetto umanitario in Tanzania. Avevo la missione di piantare delle pale eoliche su un pozzo. Lì, per passare il tempo, trovai solo una Bibbia. Il mio rapporto con i libri allora era cambiato: ero stufo di letteratura, di storie inventate e create secondo i gusti presupposti del pubblico- cliente. Quando trovai la Bibbia quello che mi affascinò fu il fatto che non era letteratura. Era un libro scritto per sé stesso non per i lettori. Parlava di una divinità e del gruppo di riferimento a cui questa divinità si rivolgeva. Nessuno avrebbe mai potuto identificarsi in quella storia o in quei personaggi. Eppure quel libro è diventato la base della cultura occidentale. Mentre i Vangeli erano storie ebraiche scritte in greco per essere più facilmente veicolate nella lingua allora più diffusa nel mondo conosciuto, la Bibbia è scritta in ebraico antico, indizio ulteriore che quella non era una storia nata per essere venduta. E da quella lingua, ancora oggi traduco io, lettore superficiale, come traducono i teologi. A me ha dato un motivo di interesse per svegliarmi la mattina. Presi l’abitudine, che conservo tuttora, di ritagliarmi un’ora di lettura delle Sacre Scritture, prima di andare al lavoro ed essere ingoiato dalle fatiche della giornata.

I suoi libri sono pieni di Napoli, che rapporto ha con la sua città?
Sono un napoletano atipico per indole e per caratteristiche fisiche. Ho preso i miei colori come anche il mio nome da una nonna americana. La Napoli della mia infanzia, nel dopoguerra, era una servitù della VI flotta degli Stati Uniti. Una città dove si mangiava una volta al giorno, pullulava di bordelli, fioriva il mercato nero e i troppi bambini erano un enorme problema per gli adulti, visti come parassiti che prima si tenevano in piedi da soli e prima potevano trovare modo di procurarsi da mangiare. Una città affollata e chiassosa. Ma a Napoli ho avuto la mia educazione sentimentale: lì ho conosciuto la collera, la comprensione e quello che secondo me è il sentimento rivoluzionario per eccellenza: la vergogna.

La rivoluzione nasce dalla vergogna?
Secondo me sì. La vergogna è un sentimento politico molto forte. Anche la collera, ma questa ha la miccia corta, può avere grande intensità ma dura poco, svanisce presto. La vergogna invece ti tormenta, ti si appiccica addosso e a un certo punto non ne puoi più. La mia generazione si è formata nella vergogna, è stato innanzitutto questo sentimento che ci ha portato alla ribellione e alla ricerca di risposte alternative.

Che giudizio dà, oggi, delle sue esperienze politiche giovanili?
In Italia c’è stata una vera sinistra rivoluzionaria che si è presa la responsabilità di tentare di cambiare le cose. Io sono leale rispetto alle mie esperienze passate e sono fortemente solidale con tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di rimanere leali con quella parte della loro vita, pagando prezzi altissimi. All’epoca c’era da fare una scelta, l’alternativa era disertare. Solone dice che dopo una guerra civile segue una necessaria conciliazione in cui, quelli che andrebbero banditi dalla polis non dovrebbero essere i vinti, come capitava anche all’epoca, ma coloro che nel momento delle lotte non si erano schierati, quelli che erano stati alla finestra, ad aspettare di vedere chi sarebbe stato il vincitore per poi accodarcisi. Sono del tutto d’accordo.

Nella guerra di trent’anni fa voi siete stati i vinti?
Il significato che si attribuisce generalmente ai termini “vincitore” e “vinto” non mi appartiene. Ho scritto un testo teatrale, “Chisciotte e gli invincibili”, il succo è: i veri vincitori non sono quelli che vincono, sono quelli che quando cadono si rialzano una volta e un’altra e un’altra. Quelli non sono solo vincitori, sono qualcosa di più, sono invincibili perchè non li puoi battere mai.

 

 

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