Gigi Proietti: “Tra il teatro e la musica non ho scelto mai”

Pensando a Gigi Proietti si pensa subito alle tavole del palcoscenico, all’ arte di recitare, al Teatro. Ma l’ attore-regista ha anche un altro grande amore che lo ha accompagnato per tutta la sua lunga carriera e gli ha dato una carta in piu’ per arrivare al cuore del suo vasto pubblico: la musica.

Oggi sei un grande nome del teatro ma la tua prima passione è stata la musica, come è iniziata?
Da ragazzino, le mie prime “esibizioni”, chiamiamole così, le ho fatte da cantante, nel coro della mia parrocchia. Ero una voce bianca, anche se oggi non si direbbe. Il parroco, don Giovanni, amava le messe cantate e io mi divertivo molto. La “carriera”, pero’, durò poco, perché da un giorno all’altro, dopo un’influenza, mi svegliai all’ improvviso con la voce scura che ho ora e perciò il coro delle voci bianche per me, finì lì.

Quando hai cominciato a suonare?
Da ragazzo, ero invidioso di mia sorella più grande che andava a lezione di fisarmonica perciò, dopo una promozione, imposi a mio padre di regalarmi una chitarra con cui presi a frequentare le lezioni del maestro di fisarmonica… E da lì cominciò un’altra “carriera”, sempre in giro per parrocchie.

I tuoi che dicevano di questa passione?
Con i miei ho fatto fatica. Mi volevano laureato e invece io mi incaponii sulla musica… La svolta fu quando iniziai a guadagnare qualcosa suonando. Ero già al liceo, all’Augusto, mettemmmo su un comlplessino scalcinato e provavamo in un magazzino di formaggi dietro la stazione Termini. Io ero il chitarrista ma per una serie di coincidenze mi trovai a provare a fare il cantante. E mi trovai bene. Cominciò una lunga, divertentissima stagione nei “nights”.

Faticoso?
Molto. Ma utilissimo. Tutte le  sere si andava avanti per sei, otto ore. Negli anni mi sono costruito un repertorio musicale enorme che ho potuto riutilizzare nell’ arco della mia carriera, spesso in termini parodistici. Così come ho riutilizzato moltissimi caratteri e personaggi incontrati in quell’ ambiente. E’ stata una grande scuola.

Quando hai deciso che la musica, lo spettacolo, sarebbe diventato il tuo lavoro?
Bella domanda. A dir la verità non l’ ho deciso mai. All’inizio ti stupisci che qualcuno ti possa pagare per suonare o recitare. Poi no, diventa dura, quando la gente ti conosce cominci ad avere delle responsabilità e ti rendi conto che questo può essere un mestiere pesante e nevrotizzante ma all’inizio è tutto bello.

Come sei passato dalla musica al teatro?
Secondo me mi portò fortuna proprio la chitarra di mio padre. La prima scittura come attore la trovai perché ero un chitarrista. Cercavano un ragazzo che, oltre a dire due battute, sapesse anche strimpellare la chitarra e io fui avvantaggiato perché allora gli attori facevano solo gli attori e quasi nessuno sapeva anche cantare o ballare.

Tra le due passioni, alla fine, ha vinto il teatro?
In realtà tra le due cose io non ho mai scelto. Ripensando alla mia carriera è chiaro che la musica mi ha accompagnato sempre, anche se me ne sono accorto poco. La mia popolarità è legata a un tipo di teatro molto aperto in cui la musica ha un ruolo fondamentale. Ma anche quando facevo il teatro “di ricerca”, la sperimentazione, la musica è stata sempre presente nel mio lavoro. Una volta feci addirittura una suite sul cantico delle creature di Petrassi all’abbazia di Fossanova. Un’esperienza molto lontana da quella che era la mia immagine popolare ma una grande esperienza.

Oggi spopola il musical, che ricordi hai delle tue epserineze nelle commedie musicali?
La prima in cui fui impegnato, “Forza venite gente”, di Garinei e Giovannini, servì a me per togliermi un po’ di puzza sotto il naso. Venivo dalla sperimentazione, l’ avanguardia, non ero troppo convinto di essere adatto al Sistina. E, invece, per la mia carriera fu fondamentale. Ho scoperto di avere la possibilità di raggiungere un numero maggiore di persone con un linguaggio diretto e semplice. E’ lì che mi convinsi dell’ importanza della poliedricità dell’attore. E’ necessario essere artisti completi: saper recitare, cantare e ballare, vuol dire avere più strumenti per comunicare con il pubblico. Quando più tardi aprii un laboratorio di recitazione questa fu una regola: chi voleva imparare a diventare un attore doveva imparare ad essere un artista completo.

Il tipo di teatro che ti ha reso popolare, quello di “A me gli occhi”, venne paragonato al teatro-canzone che proponevano Gaber e Luperini nello stesso periodo. Lavori in cui la musica era fondamentale. Con quali differenze?
Era la fine degli anni ’70, un periodo molto vivace in diversi settori. Quello che proponevamo io e Roberto Lenci, il mio coautore, come anche quello che proponevano Gaber e Luperini, era un teatro di “contaminazione”, dove si mischiasse il cosìdetto alto e il cosìdetto basso, usando generi, toni e strumenti espressivi diversi: recitazione e musica soprattutto. La grande differenza era che il teatro-canzone partiva dall’ elemento musicale mentre il nostro lavoro aveva come base il teatro. Secondo me è più facile esprimere la contaminazione partendo dalla recitazione. Mescolare tutto: il comico, il tragico, il grottesco, la musica, il mimo, Petrolini, l’Amleto e Gibran, ma lasciare tutto in mano a un unico attore in modo che il messaggio della mescolanza arrrivi chiaro. Non importa che il pubblico sappia che si sta facendo Petrolini o Gibran, l’importante è che arrivi un po’ tutto. Era un tentativo per aprire il teatro, “alto” e “basso”, a un pubblico più vasto, farlo uscire dalle cantine.

I numeri di “A me gli occhi” dicono che funzionò
Funzionò eccome. Ma per me, il successo di quello spettacolo rimane ancora un mistero nelle sue dimensioni. Io allora ero un po’ conosciuto, ma non certo “famoso” eppure, quello spettacolo che fino ad allora avevano visto solo al teatro di Sulmona, partì con il tutto esaurito la prima sera, al teatro Tenda, che credevo enorme, e così è rimasto “nei secoli”… Si può dire che, con i dovuti aggiornamenti, quella è ancora la base dei miei lavori. E non si stancano…

A proposito di teatro e musica, che esperienza è la regia di un’opera lirica?
Per me è stata bellisssima, un’ esperienza unica. Fare la regie delle grandi opere ti permette di entrare nella testa di veri geni. Ti devi far guidare da loro. In Puccini, per cui ho una vera adorazione, la regia in realtà l’ha già scritta tutta lui. Io, nel mio piccolo, mi sono concentrato sulla recitazione dei cantanti. Molti non hanno una minima idea di cosa significhi recitare. Certo, poi hanno delle voci straordinarie, ma l’opera è anche detta teatro lirico, perciò mi sono concentrato su questo aspetto. Poi c’è anche una particolare difficoltà nella messa in scena: nella lirica le stesse frasi vengono ripetute quattro, cinque volte, e lì ti devi inventare qualcosa, voi capite… “Partiam, partiam, partiam”… ma non partono mai….

 

 

 

 

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