Andrea Camilleri: “Montalbano lo butterei a mare”

Andrea Camilleri, il più prolifico e venduto giallista italiano ha aperto il festival del noir di Trastevere in un incontro con il pubblico in cui ha confessato che lui, Montalbano, lo butterebbe a mare e ha annunciato che il capitolo definitivo delle avventure dell’ amato commissario è già pronto da quattro anni.

 

Tra tutta la sua produzione letteraria, cosa salverebbe e cosa no?

Scegliere è difficile. Se mi puntassero un fucile contro butterei a mare proprio Montalbano. Sono grato al commissario perchè mi ha regalato il successso ma io, su di lui, volevo scrivere solo due libri.Il primo libro di Montalbano lo scrissi perchè volevo mettere alla prova la mia disciplina, vedere se ero capace a scrivere un romanzo in modo ordinato dalla A alla Z seguendo regole precise come fa Snoopy, cominciando da “era una notte buia e tempestosa” e proseguendo per questa strada, senza troppi salti logici e temporali.

 

Prima di approdare al giallo come lavorava?

Io so ricamare bene ma non ho fantasia. Tutti i romanzi di Montalbano nascono da fatti di cronaca opportunamente manipolati in modo tale da esssere irriconoscibili, così i miei romanzi storici nascono da cose che ho letto. “Il birraio di Preston”, per esempio, nasce  da un’inchiesta sullo “stato della Sicilia” del 1875. Tutti i libri che ho scritto si basano su storie lette da qualche parte. Trovata la storia, non era scontato riuscire a raccontarla in modo da seguire una successione logica tra un passaggio e l’ altro, perciò a un certo punto mi sono detto, ‘provo a mettermi in gabbia’. Anche perché, sul “Birraio di Preston” ero arrivato a un punto morto, ci lavoravo ma cominciavo ad annoiarmi. L’idea me la fece venire un saggio di Leonardo Sciascia sul giallo. Qui si ripeteva che il giallo ha delle  regole che bisogna seguire per forza e così, per sfida, ho iniziato a lavorare a una storia seguendo quelle regole ed è venuto fuori “La forma dell’acqua”, il primo Montalbano. Il nome lo scelsi perchè mentre scrivevo stavo leggendo “Il pianista” di Vazquez Montalbàn che mi ha aiutato a strutturare il mio libro. Seguì “Il cane di terracotta” perchè mi sembrava che il primo libro non fosse completo ma, dopo il secondo, per me, Montalbano era finito lì. Poi la “Sellerio” mi chiamò chiedendo “quando arriva un altro Montalbano”? E da lì iniziò il ricatto del commissario nei miei confronti.

 

Nell’ultimo Montalbano, “La danza del gabbiano” ci sono dei gustosi passaggi, “fuori dalla gabbia”, da meta-romanzo

Quando leggerete l’ultimo, il Montalbano definitivo, scritto quattro anni fa, quando mi venne l’ idea di come far finire il personaggio, e che sarà pubblicato quando mi sarò definitivamente stancato di lui, vi accorgerete che è completamente un meta-romanzo. Nella “Danza del gabbiano”, in effetti, ci sono già due brevi passaggi di questo tipo:il commissario, all’inizio del libro non vuole portare la fidanzata Livia a Noto (set della fiction RAI ispirata ai gialli di Cammilleri), perché dice che gli scoccerebbe incontrare Zingaretti, suo alter ego televisivo, e alla fine del libro parla di me, Camilleri.

 

Nella nuova letteratura noir italiana c’è sempre una descrizione molto approfondita dei passaggi più violenti cosa che invece manca nei sui libri, perché?

Secondo me io non sono capace di descrivere queste cose. Forse hanno ragione i “cannibali” a dire che, in fondo, sono un buonista. Nella “Danza del gabbiano” c’è una scena molto forte, quella della stanza della tortura e per me è stato molto pesante scriverla. Ma è poi necessario descrivere tutto nei minimi particolari? Gli autori classici, i greci in particolare, avevano già scritto tutto, anche di cose efferatissime ma senza descrivere tutto, raccontavano i fatti ma senza indugiare nei particolari e lasciavano che il pubblico immaginasse. Io comunque non sono proprio in grado di descrivere certe situazioni perchè, lo confesso, la violenza mi fa paura e fa paura pure a Montalbano.

 

Con il nuovo romanzo, “Un sabato con gli amici”, torna a un tipo di scrittura “fuori dalla gabbia”

In realtà io scrivo piani sequenza poi lascio uno spazio bianco e sposto la camera. Dopo di che cerco di assemblare tutto. Questo montaggio è più frenetico, come nei film di oggi, in cui il ritmo si è fatto più serrato. Tutta questa velocità e apparente confusione comporta però un equilibrio e trovarlo è molto impegnativo.

 

Il piano-sequenza è un concetto cinematografico ma quanto deve la sua scrittura ai tanti anni di lavoro in teatro?

Per me la formazione teatrale ha avuto grande importanza e gli sono debitore tuttora in special modo nel momento della creazione di un personaggio. Quando devo far entrare un personaggio nuovo nei miei libri parto dal dialogo, lo faccio parlare. E, mano mano che parla, comincio a vederlo (e a descriverlo). Questo è un modo di scrivere teatrale perchè nella drammaturgia il centro di tutto è il discorso, sono le parole a scatenare i fatti.

 

Perché ha scelto di usare il dialetto invece dell’italiano?

Il dialetto è più incisivo, più teatrale. Una base linguistica a cui mi sono ispirato per il mio strano siciliano, è “U Ciclope”, versione siciliana di Euripide scritta da Pirandello. Qui viene usato il dialetto di Agrigento declinato però in tre parlate diverse: la parlata del contadino, quella del medio borghese e quella dell’uomo di mare. Io ho cercato di fare una commistione di queste parlate ma usare il dialetto era indispensabile. Come scrive lo stesso Pirandello in un suo saggio sulla lingua del 1890, “di una data cosa la lingua ne esprime l’oggetto, della medesima cosa il dialetto ne esprime il sentimento”

 

 

Come si diventa scrittori di successo?

Quello dello scrittore è un mestiere da ladri. Un vero scrittore ruba tutto da tutti.  Non solo le storie.Per essere un bravo scrittore bisogna essere prima un bravo ascoltatore e rubare i dialoghi, le parole alle persone che si incontrano. E poi uno scrittore ha tanti padri che deve scegliersi e seguire, io ne riconosco almeno una quindicina: Sterne, Pirandello, Brancati, Sciascia, Gogol, per citare i primi che mi vengono in mente.

 

Montalbano è stanco della Sicilia ma non pensa mai di andarsene, lei lo ha fatto, chi ha ragione?

Vittorio Nisticò, direttore dell'”Ora” che era calabrese ma conosceva bene i siciliani, diceva che i siciliani si dividono in due categorie: i siciliani di scoglio e quelli di mare. Quelli di scoglio hanno il cordone ombelicale corto, ci provano ad andare via ma, oltre il primo scoglio, non riescono ad andare e devono tornare indietro. Montalbano non ce la fa ad arrivare nemmeno allo scoglio, lui è attaccato al territorio. E’ come quei vecchi marescialli dei carabinieri che conoscono il proprio territorio palmo a palmo, abitante per abitante. La crisi di Montalbano, il suo sentirsi vecchio, è collegato anche alla coscienza che, con la globalizzazione e internet, il territorio è sorpassato, non c’è più. Oggi proprio perchè c’è internet, non me ne andrei neanche io dalla Sicilia. Quando partii io, nel 1948, vivere in Sicilia era come vivere in un sommergibile affondato. Mi sembrava di lanciare continuamente messaggi nella bottiglia che nessuno raccoglieva perciò alla prima occasione me ne andai. Ma oggi sono sicuro che farei una scelta diversa.

 

 

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