Strage di Kabul, il ricordo della vedova Valente: “Roberto resta nei nostri cuori”

Pubblicato su “Gente” 

“Mi vuoi sposare?” ricorderò per sempre quell’sms. Roberto me l’aveva scritto il giorno che l’avevo accompagnato alla stazione perché doveva tornare in caserma, a Livorno, prima di ripartire per Kabul. Era il nostro sogno nel cassetto e quel cassetto si sarebbe aperto al suo ritorno. Siamo sposati civilmente dal 2002 ma volevamo coronare il nostro amore anche in Chiesa. Non una grande cerimonia, una cosa per noi: io in abito bianco e lui in alta uniforme. Lui era già andato dal cappellano della Folgore a dirgli che doveva cresimarsi per poi potersi sposare. Io avevo lavorato all’uncinetto i nostri fazzoletti nuziali. Questa missione doveva servire anche per questo.”
Il sogno di Stefania e Roberto Valente è stato spazzato via da 150 kg di tritolo il 17 settembre scorso quando lui, 37 anni, napoletano, sergente maggiore del 187mo reggimento della Folgore, è rimasto vittima, con altri cinque compagni, del terribile attentato di Kabul. Era il piu’ anziano dei sei, Roberto, un veterano: sette missioni sulle spalle, un grande attaccamento al suo lavoro.
“Quando l’ho conosciuto era già nell’esercito da dieci anni. Aveva fatto i primi concorsi, aveva girato tutta Italia, sette missioni all’estero” racconta Stefania. “Il lavoro era importante per lui, veniva solo dopo la famiglia. Lo faceva in modo esemplare. Era orgoglioso di essere un paracadutista. Qualche volta è successo che gli chiedessi ‘resta un giorno di piu’ a Napoli, magari dici che non stai bene’. Ma lui non l’ha mai fatto, ‘non lo posso fare’ mi diceva, e usciva dalla porta.”
Stefania racconta del suo amore per Roberto nel salotto della loro casa a Fuorigrotta, il popoloso quartiere napoletano che sorge intorno allo stadio San Paolo. Marito e moglie si erano incontrati dieci anni fa. “Ci siamo conosciuti nel 2000, tramite amici comuni.” ricorda Stefania” Lui era appena tornato da Sarajevo. Mi aveva colpito perché era un uomo d’altri tempi, fuori dal comune. Sempre gentile e sorridente. Aveva l’abitudine di fare il baciamano, le donne rimanevano a bocca aperta. Era molto galante.  Ci siamo innamorati dal primo momento e ogni giorno da allora, per me, è stata un’ attesa di lui.”
La lontanaza non piegava il sentimento, anzi lo rafforzava, lo nutriva di telefonate, sms, lettere, bigliettini, brevi frasi che oggi sostengono Stefania nell’affrontare il suo dolore: “Trascrivevo tutti gli sms, me ne mandava una trentina al giorno quando era a Livorno o in missione. I bigliettini me li lasciava ovunque: nella borsa, nel portafogli, attaccati allo specchio. Era un poeta. A lui uscivano le parole dal cuore: mi ritrovavo ‘amore, amore, amore’ ovunque. Per sei anni non ci siamo mai chiamati per nome. Solo ‘amore’ e ‘amore’. Un giorno gliel’ ho detto: ‘Robbi, ma ti rendi conto che non pronunci mai il mio nome?’ e lui ‘ormai è difficile farlo’. Poi ha cominciato a chiamarmi Stefi ma ogni suo messaggio finiva sempre con, ‘amore’ o ‘ti amo’. Ora mi rileggo tutti suoi messaggi: c’è la parola ‘amore’ dappertutto e questo mi fa ridere, e ripenso a quando gli dicevo scherzando: ‘Robbi, staccati un po’ per favore’.”
Dal loro amore, due anni fa, nasce Simone. Roberto adorava suo figlio.
“Era un papà meraviglioso: attento sia nelle cose pratiche che nel gioco. L’ultima volta che è venuto in licenza dieci giorni io ‘sono andata in ferie’. E’ stato sempre lui con il bambino, occupandosi di tutto: dalla pappa al pannolino, di giorno e di notte, come una mamma.”
Biondo, due occhi azzurri grandi, il basco amaranto troppo largo in testa, la manina che indica l’aereo, Simone  è il bimbo attorno a cui si è stretta tutta l’Italia il giorno del ritorno delle salme a Ciampino.
Quasi un presagio, un drammatico pensiero aveva sfiorato Roberto, proprio due giorni prima di partire. Quel pensiero aveva turbato Stefania, era insolito per il carattere sempre positivo di Roberto.
“Eravamo qui a casa a cena con degli amici e Roberto scherzando disse questa frase: ‘fermi tutti, mi siete voi testimoni, se rientro da Kabul in una bara, ad aspettarmi in aereoporto non voglio il Presidente della Repubblica, voglio solo mia moglie e mio figlio.’ Tutti la presero a ridere ma io mi arrabbiai tantissimo, gli dissi ‘ma sei impazzito? Come devo stare io, sapendo che tu parti con questi pensieri?’ Sapevo che mio marito aveva paura, mi aveva detto: ‘questa è una missione difficile, Stefi. Non è come le altre’.”
Una premonizione o solo una battuta del marito che Stefania ricorderà per sempre, come ricorderà per sempre la terribile sensazione provata all’improvviso, mentre Roberto volava in Afghanistan: “pochi minuti prima che arrivasse allo scalo di Abu Dabhi mentre aspettavo il suo messaggio, sono stata male:una tachicardia fortissima, sentivo il cuore che mi schizzava dal petto. Dopo qualche secondo mi ha chiamato dicendo: ‘tutto a posto’. Eppure questa sensazione mi ha impressionata, non mi era mai successo, ero abituata al fatto che partisse per le sue missioni. Io non credo ai segni, Roberto ci credeva, per lui era tutto un simbolo, ma la stretta al petto di quel giorno non la dimenticherò mai”.
Sul tavolo del soggiorno, foto, ricordi, le medaglie di Roberto. Stefania tiene tutto in bella mostra, ne è orgogliosa “Si, sono orgogliosa di essere la moglie di un paracadutista. In questi giorni ho sentito e capito che cos’è il senso di appartenenza dell’esercito. Al di là dell’ ufficialità, della forma che ho dovuto rispettare perché quello era il mondo di Roberto e certe regole dovevano essere seguite. Mi riferisco alla solidarietà e al senso di fratellanza che ho trovato nei colleghi di Roberto.” Simone fa irruzione in salotto calciando un pallone colorato, la mamma gli dice “Bravo Simone, diventerai un bravo calciatore, papà lo diceva sempre”.
E se  invece volesse fare il pracadutista da grande? “Sarei orgogliosa se scegliesse di seguire le orme di suo padre, ma a livelli piu’ alti, quelli in cui si sta al sicuro, perché a questi livelli, invece, si muore.”

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