Piera Aiello, testimone antmafia, cognata di Rita Atria: “Lo stato mi ha lasciato sola”

Rita Atria

Rita Atria

PARTANNA, TP – “Sono tornata in Sicilia perché ho paura. Ho regalato diciotto anni della mia vita allo Stato e ora lo Stato mi lascia sola“. A parlare è Piera Aiello, una donna di 42 anni che, da 18, vive sotto copertura perché è un testimone antimafia. “Ho fatto tanti sforzi per ricostruirmi una vita poi, da maggio,quando ho saputo per caso che la mia copertura era saltata, ho perso la pace. In un incontro con mia madre ho scoperto che una compaesana le aveva detto di sapere dove mi trovavo e anche le mie nuove geralità. Ora è in corso un’ indagine ma nel frattempo non mi sento protetta. Ho chiesto alle autorità almeno un apparato di videosorveglianza per la casa dove vivo con la mia nuova famiglia, ma non è stato possibile averlo. Ho paura per loro. Per proteggerli ho deciso di tornare: se vogliono me io sono qui, ma lasciassero in pace la mia famiglia..” Da 72 ore Piera Aiello è a Partanna di Trapani,suo paese natale, da dove il giudice Paolo Borsellino l’ aveva fatta partire nel 1991 con destinazione ‘località segreta’ dicendole: “‘picciri’, fai conto che per te la Sicilia è stata strappata da tutte le carte geografiche”. Intorno a casa sua, c’è il deserto: nessuna guardia, nessun sistema di protezione, è la mamma di Piera ad aprirci il portone. Tre giorni nel paese dei mafiosi che ha denunciato e nemmeno l’ ombra di una scorta: “i carabinieri mi hanno detto: noi non abbiamo alcuna disposizione in merito. Quindi non ho una scorta qui come non ho la videosorveglianza a casa ma nessuno ancora mi ha certificato che la mia sia ormai una situazione di ‘scampato pericolo’. Magari arrivasse questo pezzo di carta, sarei felice, potrei smettere di preoccuparmi. Invece, nessuno si pronuncia. Basta, voglio chiarezza.” Piera Aiello diventa testimone nel 1991 quando la mafia le ammazza sotto gli occhi il marito e padre della sua prima figlia, Nicola Atria, ‘picciotto’ di una ‘famiglia’ del trapanese. Dopo la sua ribellione anche Rita Atria, sorella e figlia di mafioso, cognata di Piera, diventa testimone. Rita, alla cui storia é ispirato il film “La siciliana ribelle”,  si suiciderà nel 1992 a soli diciassette anni, dopo la strage di via D’Amelio dove perse la vita il giudice Borsellino che aveva preso entrambe le ragazze sotto la sua ala protettrice. Dopo diciotto anni, Piera rifarebbe ancora la scelta che le ha cambiato la vita: “Mi sono sempre ribellata a mio marito” ricorda, “prendevo un sacco di botte. Io venivo da una famiglia tranquilla, lui era figlio di un mafioso. Vedevo quello che era: un delinquente. Ma nessun uomo ha diritto di togliere la vita ad un altro uomo. Ammazzarono Nicola sotto i miei occhi. Io uscivo e incrociavo l’assassino del padre di mia figlia che mi sorrideva beffardo e pensavo: ‘ non è giusto, perchè devono rimanere impuniti?’. A Partanna all’ epoca era un far west, la mattina uscivi a fare la spesa e non eri sicuro di tornare a casa. Parlai con un amico carabiniere che mi fece capire che qualcosa si poteva fare e mi portò da Morena Plazi sostituto procuratore di Sciacca che a sua volta mi portò dal Procuratore di Marsala, Paolo Borsellino. Parlammo e lui disse: “Se questa cosa deve andare avanti tu non puoi più tornare qui. Fai conto che per te, oggi, la Sicilia viene strappata dalla carta geografica’. Mi diede 48 ore per prendere quello che dovevo per me e mia figlia ed andare via. Ero seguita a vista.” Questa donna coraggiosa si ritrova ora, dopo venti anni di collaborazione con lo stato, ad avere paura e a sentirsi sola. “La vita sotto copertura non è facile.” racconta lei, “Le difficoltà relative alla nuova identità, per esempio, sono molte. I documenti che ci hanno dato non sono come quelli originali. Una volta mi hanno fermato i carabinieri e si sono accorti che la mia patente era “falsa”, un’ altra volta non avevo il codice fiscale da lasciare a un dentista e gli ho lasciato quella di un’ amica.Per una visita in ospedale, non ricordavo il “finto” luogo di nascita di mia figlia.” E poi bisogna stare sempre alle decisioni altrui, anche quando sembrano paradossali” Mi hanno fatto tornare a Partanna, convocata in tribunale in un dibattimento a porte aperte perché ero stata chiamata in giudizio da mia suocera e dovevo difendermi dall’ accusa di aver rubato un trattore. Sono potuta andare lì, a casa dei mafiosi, sotto scorta, mentre non sono potuta andare a trovare mia madre operata di cuore a Palermo perchè secondo le autorità, anche sotto scorta, sarebbe stato troppo pericoloso.”

Condizioni di vita accettate solo per la sicurezza sua e dei suoi cari. Piera Aiello oggi ha un marito, due figlie e un’ attività lavorativa. Dopo il “disvelamento” della copertura, i fantasmi del passato sono tornati a tormentarla e per sconfiggerli e farsi ascoltare è dovuta tornare in Sicilia.”Avevo una vita relativamente normale fino a quel momento. Ma io che ho vissuto dieci anni di mafia so che ‘loro’ arrivano ovunque. Non si muore solo perché ti sparano addosso, si muore anche per incedenti stradali…”
Piera Aiello è sostenuta nella sua protesta dall’ associazione antimafia intitolata a Rita Atria, di cui è presidente.
Rita è oggi considerata un personaggio simbolo della lotta contro la mafia, che ricordi hai di lei?
“Era una persona eccezionale, il suo sacrificio è stato un atto di grande coraggio. Voleva dire: non vi do la soddisfazione di ammazzarmi, mi ammazzo prima io. Lei mi ha salvato, senza di lei sarei stata presto dimenticata. I testimoni non sono eroi, sono persone che denunciano i delinquenti perché hanno dei valori in cui credono. Ma proprio perché non siamo eroi, vogliamo la sicurezza che ci viene promessa.”
Il  clamoroso atto di protesta di Piera Aiello,  è servito anche a sollevare un velo sulla vita non facile dei testimoni anti-mafia (circa 70 in Italia)che, dopo una scelta di coraggio civile vengono, a volte, dimenticati.

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