Montalto di Castro: parla la madre della ragazza violentata dal branco di coetanei

Pubblicato su “Visto”

“Più di questo non gli potevano dare. Così mi hanno spiegato. Erano minorenni all’ epoca dei fatti percio’ si faranno 28 mesi di “messa alla prova”, svolgendo attività di assistenza sociale e poi saranno completamente liberi. Come se niente fosse successo.”
La mamma di Michela (nome di fantasia) é arrabbiata. Vorrebbe porre fine alle sofferenze della figlia, aiutarla a ritrovare un pò di pace, proteggerla da altro dolore ma da una settimana sa che il suo compito sarà più difficile. Michela aveva solo quindici anni la notte tra il 31 marzo ed il primo aprile 2007, quando fu stuprata nel fitto di una pineta da otto coetanei che a turno, per tre ore,si accanirono su di lei. Era uscita per andare ad una festa, al mare, a Montalto di Castro,a pochi chilometri dal paese  nell’ alto Lazio dove vive. Ma una serata che avrebbe dovuto essere spensierata si è trasformata in un incubo. “Mia figlia dopo due anni non riesce ancora a parlarne.” racconta la mamma “Io ogni tanto provo a chiedere ma è inutile. So solo quello che ha raccontato alla polizia e in tribunale. Non ce la fa a dire di piu’, non va piu’ nemmeno dallo psicologo. La dottoressa, dopo un anno, lo ha detto pure al giudice: ‘piu’ di questo non riesce a dire,  per il momento è inutile continuare.'” Il calvario di Michela è segnato da tentativi di rialzarsi, di tornare alla sua vita. In due anni di sforzi ne ha fatti ma il ritorno alla serenità sembra ancora un obbiettivo lontano.
“Abbiamo provato di tutto per distrarla, lenire il suo dolore, farle tornare l’ ombra di un sorriso. L’ abbiamo mandata per un po’ in Sicilia, dove abbiamo dei parenti. Poi è tornata, ha preso coraggio e mi ha detto ‘ voglio provare ad andare a scuola’. L’ ho iscritta a Roma ma c’è stata poco, tre mesi: si sentiva sola, voleva la sua famiglia. E’ tornata qui. Ho provato a mandarla a scuola qua ma è durata solo un giorno. Mi ha chiamato chiedendomi di andarla a prendere e non c’è più tornata. Ancora una volta non ce l’ ha fatta.” Michela ancora non ce la fa ma la mamma non si arrende “Prima che le rovinassero la vita era una ragazza solare e vivace. Piena di amici, di interessi, di sogni. Era brava a scuola. Mai un voto sotto il 7. Quando ha finito la terza media voleva andare al liceo pedagogico. E’ una scuola privata, noi non potevamo mandarla ma ha vinto una borsa di studio e ha cominciato a frequentare la scuola che le piaceva. Poi si è iscritta ad un corso di inglese e si è appassionata. Il suo grande sogno era quello, un giorno, di poter frequentare l’ università a Londra, ci si era proprio intestardita e io le dicevo: ‘guarda che non è una cosa così facile e lei rispondeva: ‘ Ci andrò vedrai, vinco un borsa di studio e me ne vado a Londra’. Tutti i suoi sogni, i suoi progetti, sono stati cancellati. Ora non la riconosco: sta molto in casa, esce solo con i fratelli piu’ grandi perchè si sente un po’ protetta. Gli amici la cercano ma lei li evita. Si sente sempre guardata, giudicata, anche se poi non è così.” Lo stupro di Michela, due anni fa, sconvolse la Tuscia. L’ opinione pubblica si infiammò quando il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, Pd, propose di stanziare fondi municipali per un totale di 20000 euro per sostenere le spese legali dei ragazzi del ‘branco’, poi, travolto dalle polemiche, ci ripenso’. E anche persone molto vicine alla ragazza le voltarono le spalle, lasciandola sola.
“Qualche giorno fa  mia figlia mi ha detto. ‘Quanto vorrei risentire Enrica, mi dispiace tanto averla persa’. ” racconta la signora Anna, “Enrica, all’ epoca dei fatti era la sua migliore amica, erano inseparabili. Un piccolo grande dolore che le scava dentro insieme al resto: proprio lei la ha abbandonata. Quando mia figlia ha denunciato i suoi aguzzini, la sua migliore amica le ha detto che, secondo lei, aveva sbagliato e da quel momento non si sono piu’ sentite.”  La denuncia è stato un passo sofferto, Michela si vergognava, sperava di tenere il segreto, di proteggere la sua famiglia dalle malignità di un paese di provincia
” La prima denuncia l’ ha fatta di nascosto. A scuola si erano accorti del suo disagio. Il preside le ha parlato per capire che cosa ci fosse che non andava. Erano tutti abituati a vederla con il sorriso. Non poteva immaginare quello che mia figlia gli avrebbe raccontato. Quando ha capito la gravità della situazione ha chiamato l’ assistente sociale che l’ ha portata dalla polizia di Viterbo. A casa continuava a mantenere il segreto, io ancora non sapevo niente.  Poi, una sera, sento al tg3 della notte quella notizia ‘ una ragazza del nostro paese stuprata da otto coetanei’. Vado a dormire e faccio un incubo: mia figlia viene violentata e io piango e urlo. Ero suggestionata, non potevo pensare che fosse davvero successo. La mattina accompagno Michela in macchina  a scuola e le parlo della notizia che mi aveva colpito perché era successo ad una ragazza di qui. Lei cambia discorso. All’ ora di pranzo torna a casa, non me lo potrò mai dimenticare, stavo apparecchiando la tavola, le ho chiesto  ‘te la mangi un po’ di pasta?’ e lei: ‘ no, non ho fame’, poi mi ha guardato e mi ha detto ‘mamma, ti ricordi quella cosa di cui mi hai parlato stamattina? Quella ragazza sono io.’ La pasta lì era e lì è rimasta, mi si è alzata la febbre, mi sentivo bollire il sangue e piangevo, ma non mi rendevo conto:le lacrime scendevano da sole.” Da quel momento Anna è stata sempre vicina alla figlia: “Il processo l’ ho seguito tutto. Ero sempre presente in tribunale. E’ stato doloroso ma era giusto esserci. Il giorno piu’ brutto è stato quello dell’ incidente probatorio quando hanno interrotto la seduta per due volte perchè mia figlia si è sentita male. Lei era in una stanza con uno psicologo e doveva rispondere alle domande degli avvocati. Fuori, c’eravamo io e gli imputati con le loro famiglie. Loro ridevano, scherzavano, uno mostrava agli altri le scarpe che si era appena comprato e a me saliva la rabbia perchè pensavo: ‘lì dentro c’é mia figlia che piange’. Nessuna sentenza, forse, mi avrebbe ridato la pace, ma quanto vorrei che questi si pentissero veramente del male che hanno fatto a mia figlia.” Scuse a Michela e alla sua famiglia non sono mai arrivate. Tranne quelle imposte in tribunale “Il giudice li ha obbligati a chiedermi scusa. Lì, in aula, si sono alzati uno per uno, sono venuti a darmi la mano e mi hanno chiesto scusa, tutti e otto. Ma non si sono pentiti. mi hanno chiesto scusa solo perchè se no il giudice non gli dava la ‘messa in prova’, ma nessuno di loro mi ha detto mai, spontaneamente:’ scusa’. E ora, quando non saranno impegnati nei servizi sociali, andranno al mare, andranno a ballare, usciranno con gli amici, faranno la loro vita. Mia figlia, invece, una vita non ce l’ ha piu’.”

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