La squadra del Capitano “Ultimo” si riunisce a Palermo

Era il 15 gennaio 1993 quando i carabinieri della Crimor, i “soldati straccioni” guidati dal Capitano ‘Ultimo’, dopo mesi di indagini e appostamenti, scoprivano il ‘covo’ di via Bernini,54 a Palermo, facevano scattare le manette ai polsi di Totò Riina, il ‘capo dei capi’ di Cosa Nostra e infliggevano un duro colpo alla criminalità organizzata. Vincevano così una fondamentale battaglia della lunga guerra tra Mafia e Stato che si era fatta feroce, senza esclusione di colpi, nella stagione delle stragi. Sono passati diciassette anni ma per  i carabinieri che resero possibile quell’ arresto, il ricordo è ancora molto vivo. Non sono piu’ una squadra, ma rimarranno sempre un gruppo. Dopo l’ azione di via Bernini sono seguiti anni di sospetti e polemiche, e un processo, per rispondere alla domanda: ‘Perché si fece passare tanto tempo prima di perquisire il nascondiglio del boss?’.  Oggi gli uomini di ‘Ultimo’ sono sparpagliati in tutta Italia, qualcuno ha scelto di congedarsi, vivono ancora tutti nell’ anonimato e nell’ ombra, per ragioni di sicurezza. Ma quel 15 gennaio non lo possono dimenticare e non possono dimenticare quello che chiamano ancora “il capo”,” il capitano”, oggi colonnello alla guida del Noe (Nucleo Ecologico), Sergio De Caprio, “Ultimo”. Si sono ritrovati tutti al Pala Uditore di Palermo nell’ anniversario di quel giorno: “Aspide”, “Pirata”, “Batman”, “Arciere”, “Ombra”, “Homar”, “Nello” e tutti gli altri. Quando l’ Associazione Volontari Capitano Ultimo ha lanciato l’ idea di una “Festa della Legalità”, per ricordare un momento importante per il Paese e raccogliere fondi per la casa famiglia che l’ associazione sta costruendo a Roma per i ragazzi che vivono situazioni di disagio, ‘ultimi’ anche loro, i ragazzi della squadra hanno risposto tutti “Presente! “Avrebbe dovuto esserci anche il “Capo”, ma non ha potuto. Per sicurezza. Quello di “Ultimo” è un nome che la mafia non puo’ dimenticare e la vita di Sergio De Caprio si svolge di conseguenza, limitata, condizionata, nell’ ombra ma il ‘capo’ ha voluto comunque in tervenire telefonicamente: “Le persone che lottano per la strada non dimenticano. ” ha detto “Conoscono la gente perchè combattono per loro. Non dagli uffici ma nei quartiere, nelle vie. Non dimentico Palermo e non dimentico le periferie.” “Sono felice di tornare a Palermo questa sera”, dice Homar, ‘ex- soldato straccione’, oggi in congedo “Ritrovarci tutti e ricordare quella data è importante. Quello è stato un momento di svolta della lotta alla mafia in termini pratici e soprattutto in termini simbolici. E’ stato un momento importante per la gente. Fino ad allora c’era totale sfiducia, la Mafia sembrava imbattibile. Si percepiva la resa, tra la gente, ma anche nelle istituzioni. Da quando abbiamo catturato ‘Totò’ l’ aria è cambiata, la gente ha alzato la testa, ha capito che vale la pena di lottare. Oggi c’è l’ Albero di Falcone e ci sono state manifestazioni anti-mafia addirittura a Corleone, a casa loro. Tutto impensabile fino a quel 15 gennaio.” Homar sfoglia le foto di quel giorno, il momento dell’ arresto, le foto del “covo” di via Bernini, le foto di “Totò” al processo. Lo chiama così, “Totò”, con la confidenza di uno che lo conosce bene. D’altronde ha passato molti mesi della sua vita dietro a lui : “Quello che ci ha permesso di ‘fregarlo’ è stato il metodo, il modo nuovo con cui lavoravamo con il capitano. La prima regola è stata ‘conosciamoli’, quindi ‘studiamoli, osserviamoli’, poi ‘diventiamo un po’ come loro’, entriamo nei loro ambienti, nella loro testa e, soprattutto, trattiamoli come avversari, non come nemici. Questo approccio mentale è stata la nostra forza”. Spiega Homar, “Sarebbe stato umano guardare i mafiosi come nemici: parliamo di gente spietata, che all’ epoca aveva un potere enorme. Per ammazzare Falcone e tutta la scorta erano riusciti a far esplodere l’ autostrada,  Borsellino lo hanno fatto saltare in aria in una strada tra i palazzi, in città, alla luce del giorno, e poi ancora bombe davanti a monumenti, in posti controllatissimi. Riuscivano a fare di tutto, si dimostravano piu’ forti.” L’ avventura della squadra del Capitano “Ultimo” nasce proprio dalla strage di Capaci “Il nostro gruppo lavorava a Milano già da qualche anno sulle infiltrazioni mafiose in città. All’ inizio ci prendevano in giro, parliamo della fine degli anni ’80: ‘la mafia a Milano non esiste’, dicevano. E invece, c’era eccome. Abbiamo fatto un gran lavoro, arresti importanti. Lavorando, siamo entrati in contatto con il giudice Falcone che aveva un approccio davvero innovativo alla materia. Aveva lo stesso nostro modo di vedere la questione: cercava i collegamenti. Lui tra le carte, noi per strada, ci accomunava il metodo investigativo dell’ associazione, per arrivare a scoperchiare la pentola.” Quando Falcone salta in aria con tutta la scorta nel maggio del 1992, quella ferita è una svolta anche per gli uomini del Capitano “Ultimo”. “Ci siamo guardati in faccia” ricorda Homar ” e ci siamo proposti per partire per Palermo. D’altronde era un momento di caos, non si sapeva dove mettere le mani, quelli mettevano le bombe.” E a Palermo hanno cominciato a lavorare con i loro metodi “L’ osservazione, il rendersi invisibili, lo studio delle abitudini e delle mentalità, il seguire il pesce piccolo per arrivare a quello grande, l’ Avversario”. L’ Avversario, non il Nemico. “L’ ‘Avversario’ è un concetto che ti aiuta a mantenere la freddezza. Il nemico lo odi, tendi a personalizzare la lotta, l’ avversario è solo qualcuno da battere, senza coinvolgimenti ‘emotivi’ che rischiano di farti perdere lucidità”. L’Avversario era Salvatore Riina, capo indiscusso di Cosa Nostra: “‘Totò’ era il Capo carismatico. L’ abbiamo percepito anche al momento dell’ arresto. E’ bastato un suo sguardo di mezzo secondo, senza parole, per ammutolire il ‘biondino’, l’ autista catturato con lui che rideva strafottente. Lì ho capito il suo potere. Questione di personalità. Abbiamo tolto alla Mafia un re e abbiamo dato alla gente un momento di speranza.” I ricordi di Homar, e quelli del resto della squadra sono vivissimi, quella rimane la loro esperienza professionale piu’ forte. A quasi vent’anni di distanza si sentono ancora, parlano ancora di quella cattura e sono ancora legati da vincoli di solidarietà e stima tra loro e con il loro capo. Quando ad ottobre scorso è stata revocata la scorta al “capo” (scorta ‘riassegnata’ il 14 gennaio n.d.r.), hanno scritto una lettera collettiva in cui si proponevano, gratuitamente, per proteggere”Ultimo” e quando è nata l’ idea della ‘festa della legalità’ non hanno avuto esitazioni e sono accorsi da ogni parte d’ Italia per ritrovarsi e raccontare la storia della squadra che incastro’ il Capo dei Capi.

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