Gaspare Mutolo: “Vi dico io chi sono i mafiosi”

Pubblicato su “Diva e donna”

 

“‘Chi non ha paura di morire, muore una volta sola’. Lo diceva il giudice Falcone e questa frase, io l’ ho fatta mia.”. Gaspare Mutolo non ha paura di morire e a 70 anni inizia una nuova vita, per dimenticare la precedente. Dopo essere stato prima fuorilegge, narcotrafficante, mafioso e poi pentito, si è reinventato pittore. Tele, tavolozza e colori vivaci riempiono oggi le sue giornate, che un tempo erano tinte del nero del crimine. “Quando dipingo, spesso mi commuovo. Per me la pittura è un amore, una passione, mi dà tanto.” dice guardando i suoi quadri che, fino al trenta aprile saranno esposti alla Galleria Monserrato Arte ‘900, a Roma (“Ma il mio sogno sarebbe riuscire ad esporre a Palermo. Ho degli amici che stanno lavorando per realizzarlo.’Sarebbe una vittoria per lo Stato’, mi dicono.”). I paesaggi raccontano della sua terra, la Sicilia:il sole, il mare, i fichi d’ India, le campagne ma soprattutto i tetti, i palazzi bassi bassi,  ‘e casuzze’ dei pescatori di Partanna Mondello, dov’è cresciuto. Mutolo si è scoperto pittore nel1982, in carcere, a Sollicciano. “Mi insegnò un tale Mungo, detto l’ Aragonese. Era dentro perché aveva ammazzato la moglie per gelosia. Lui mi disse:’ il disegno si impara, ma la pittura ‘esce fuori’, solo se ce l’ hai dentro’. Piu’ vado avanti, piu’ sento che è così, piu’ mi innamoro di quest’arte.” Quella di Roma è la sua prima mostra. “Non ho mai potuto esporre e non ho mai potuto firmare le mie opere prima, ma molti  dei miei quadri li ho venduti o regalati, alcuni sono finiti all’ estero. Anche durante il maxi-processo ne regalai tanti. Sono libero da circa un mese e questo è quello che voglio fare ora nella mia vita.” Il sapore della libertà, per lui, settantenne, è un gusto del tutto nuovo. Un uomo libero Gaspare, detto “Asparino”, fino al mese scorso, infatti, non lo è mai stato. “Dall’ età di vent’anni sono stato sempre o al confino, o in carcere, o latitante.” Di anni in galera, in tutto,se ne è fatti 28. “La galera, all’ epoca, non era un gran problema. In carcere funzionava come nel resto del mondo: se avevi soldi avevi potere, anche stando ‘dentro’. Oggi il carcere è diventato un affare piu’ serio”. I quasi trent’ anni li ha scontati per traffico di droga, omicidio e associazione mafiosa. Gaspare Mutolo era in Cosa Nostra. Ex killer ( a cui capitava, per esempio, di dover mettere un coltello in pancia a un tizio che aveva ‘sgarrato’ e aprirlo in due come un capretto), ex-uomo di fiducia dei boss Saro Riccobono prima e Totò Riina poi (“mi prese subito in simpatia, non so perché”), ex-trafficante di eroina (“il punto di riferimento di tutti i cinesi che passavano in Italia. Anche  trenta chili di eroina al giorno. Tanti soldi.Io però la droga non l’ ho usata mai.La mia droga è stata la mafia.”) Ne ha fatte, sentite e viste di tutti i colori e ne ha pure raccontate tante. Nel 1991 la svolta della sua esistenza: sceglie di pentirsi e di vuotare il sacco, e dopo un lungo percorso personale si decide a parlare con Giovanni Falcone, ma non fa in tempo: il giudice salta in aria con tutta la scorta. Allora va da Paolo Borsellino, pochi giorni prima che anche lui venga ammazzato. “Volevo parlare solo con loro due. Perché sapevano bene cos’é la mafia. Li avevo già incontrati in alcuni processi: io imputato, loro magistrati. Potevano capire pienamente le cose che avevo da raccontare. ” Le cose da raccontare erano tante. Com’ è che uno diventa mafioso, per cominciare. “A Palermo, ogni rione ha il suo mafioso.”, spiega Mutolo, “E quello sa tutto di te, da quando nasci: chi sei, dove abiti, di chi sei figlio. Io sono nato già in un contesto mafioso. Poi, naturalmente, l’ ‘attitudine’ si sviluppa crescendo e il mafioso ti osserva, vede come ti comporti, se gli porti rispetto, se ti interessa la sua amicizia, se sei ‘portato’.” E lui, evidentemente, era ‘portato’. E’ Riccobono a  “combinare” Asparino. “A Napoli, perché si trovava li’, latitante, ospite dei Nuvoletta. Era il 1973. Io avevo accompagnato la madre che voleva andarlo a trovare e abbiamo fatto questa cosa. Un buco sul dito,il sangue che scende, il santino tra le mani che si incenerisce e io che dico ‘ che io possa bruciare come questo santino se tradisco”..Da lì è iniziata la sua ‘carriera’ a fianco dei boss. “Erano altri tempi, un’ altra mafia”, ricorda “Non dovete pensare ai volgari delinquenti di oggi. Allora, la mafia, era cosa da ‘gentiluomini’. Facevamo tante cose orrende ma mai nessuno avrebbe osato ammazzare donne e bambini, come avvenne dopo. Il mafioso era temuto e rispettato. Aveva potere, fascino. Io ho fatto sempre quello che mi è stato ordinato di fare anche perché, allora,  credevo pure che la mafia fosse utile. E la realtà che vivevo era quella: se qualcuno aveva un problema, andava dal mafioso che si occupava di risolvere ogni cosa,  dalla lite tra fidanzati, al lavoro per il disoccupato. Poi, però, è cambiato tutto: da questa mafia antica, sanguinaria e terribile certo, ma che rispettava regole sacre, come quella di non toccare mai donne e bambini, si è arrivati al caos, passando per la guerra di tutti contro tutti.” Siamo negli anni’ 80, una lotta cruenta, che costerà alla Sicilia oltre mille vittime tra assassinati e gente “che non si sa che fine ha fatto”.”Quella che chiamano la ‘guerra’ di mafia degli anni ’80” spiega Mutolo, “in realtà è stata nient’altro che una ‘purga’ dal basso. E l’ artefice di tutto fu Totò Riina.” Come lo ha conosciuto? “In carcere. Mi prese subito in simpatia. E anch’io lo stimavo: era giovane ma aveva molto carisma, era uno dei delfini di Riccobono, insieme a Provenzano.” Riina è l’uomo che ha cambiato la mafia “Più tardi scoprii il suo vero volto. Era cattivo. Un sanguinario, vendicativo, non conosceva pietà. Con i ‘viddani’, i corleonesi, arrivo’ il terrore. Tutti i vicecapi eliminarono i loro capi e i famigliari, non guardando in faccia a nessuno. Fu un massacro.” Questa mafia nuova, rozza, senza regole, aggressiva anche nei confronti delle istituzioni, che non dialogava ma ammazzava solo, era un’ altra cosa dall’ organizzazione in cui era entrato Mutolo. “Ho riflettuto. E ho capito che era tutto finito. Puo’ sembrare assurdo ma la mafia di un tempo, aveva i suoi ‘valori’. La mafia nuova era solo morte. E in quel momento ho detto basta e ho voluto parlare.” E le sue parole sono state preziose per l’ Antimafia. Quando Mutolo incontra Borsellino, il primo luglio 1992, alla viglia della strage di via D’ Amelio, il magistrato esce sconvolto dall’ interrogatorio .’ Asparino’, primo fra tutti,  parla delle collusioni tra uomini di stato e  mafia. “Il giudice Borsellino era disperato perché a Capaci,poche settimane prima, aveva perso più di un amico, e lo sconvolgeva che alcuni uomini delle istituzioni fossero in contatto con la mafia.” Mutolo parla, tra gli altri, di Salvo Lima, Andreotti, di Signorino, di Contrada, dell’ intreccio tra politica e mafia che oggi è tornato di bruciante attualità  ” Il giovane Ciancimino farà la stessa fine di tutti quelli che accusano i politici di essere in ‘affari’ con la mafia. ” dice Mutolo  “Verrà ridicolizzato e poi messo a tacere. Se ci fu una vera e propria trattativa per arrivare a Riina non so, ma poi, che vuol dire ‘trattativa’? I contatti tra stato e mafia ci sono stati sempre. E mi fa ridere chi si stupisce oggi. Io certe cose, le ho dette venti anni fa…”. Il tema della collusione sta particolarmente a cuore ad ‘Asparino’. ” Questo è il nodo centrale di tutta la questione. La lotta alla mafia se si deve fare, si deve fare tagliando il cordone ombelicale con le istituzioni. Finchè non si toccheranno oltre ai beni dei mafiosi anche quelli dei politici collusi, la mafia non sarà sconfitta, perché sconfiggerla si puo’. Come diceva Giovanni Falcone ‘ la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio ed una fine’ ma per vedere la sua fine, bisogna che si taglino i legami con gli apparati dello stato.” Quest’ uomo  anziano, elegante (“il Barone di Partanna mi chiamavano, ai tempi”), che travolge con fiumi di parole per alleviare il peso di troppi ricordi,  liste di nomi, racconti di situazioni dolorose, oggi cita l’uomo che gli ha cambiato la vita, il giudice Falcone, e spera di essere un’ ‘ispirazione’ per chi vive di mafia “Sono contento di rilasciare un’ intervista per un giornale femminile perchè penso chissà, magari le mamme, le mogli, le sorelle, possono far riflettere gli uomini e guarirli dalla mafia” e invitarli a pentirsi. Ma chi è un pentito di mafia? “Pentito è un concetto mistico. Io non rinnego niente del mio passato e mi prendo ogni responsabilità per le cose orrende che ho fatto. Ma la mafia è stata la mia droga, la mia malattia. Un giorno pero’, ho iniziato a riflettere: che cosa lascio ai miei figli?”. Gaspare Mutolo si prende le sue responsabilità e non rinnega niente ma sa che la mafia, una cosa piu’ delle altre, gliel’ ha tolta. E oggi, a 70 anni, lo vuole dire chiaramente che tutto il denaro, il potere che ha avuto, non lo ripagano del tormento che passa, pensando alla sofferenza che ha provocato ai suoi famigliari. “Mia moglie, i miei figli. La mafia ha tolto loro la possibilità di vivermi accanto, ha tolto loro la mia presenza. E’ di questo prima di tutto che sono pentito.” E anche per chiedere perdono a loro, oggi, lavora con passione ai suoi quadri: il giallo, l’azzurro, il rosso,il bianco, fiori, alberi, tramonti, casuzze e a margine la firma ‘Gaspare Mutolo’ “Il mio nome, finalmente associato a qualcosa di bello, di cui andare fieri.”

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