La ‘banda degli onesti’: assolti dopo quindici anni di odissea giudiziaria

“La mia vita in tutti questi anni è stata difficile, come quella di tutta la mia famiglia. Sicuramente questa vicenda ha provocato almeno un grave effetto collaterale: non riesco e non riuscirò mai piu’ ad avere fiducia in niente e nessuno. Sono cresciuta vivendo un’ ingiustizia.” Alessia Del Moro, figlia ventitreenne di Bruno Del Moro, è una delle tante vittime di una lunga odissea giudiziaria che ha funestato le vite di quattro uomini e delle persone a loro piu’ vicine. Vittorio Gallo, 56 anni, romano, Bruno Del Moro, 54, di Livorno, Franco Fuschini, 59, bolognese e Giorgio Mariotti , 40, di Roma, sono innocenti. Lo ha stabilito la Corte d’ Appello di Roma, lo scorso 18 gennaio, smentendo la sentenza di primo grado,datata 2004, che li aveva giudicati colpevoli di due rapine avvenute ai danni dell’ ufficio postale di via degli Arcelli, a Roma, nel lontano 1996. Da allora, tutti e quattro sono passati dalla tranquilla normalità delle loro vite, all’esperienza del carcere, degli arresti domiciliari, dei tempi biblici della giustizia italiana e di un esistenza nel frattempo sconvolta. “Da un giorno all’ altro sono stato catapultato in un incubo”, racconta Vittorio Gallo, “mi sono ritrovato in carcere senza aver fatto niente e ho perso tutto: lavoro, affetti, sicurezze.” La disavventura di quella che i media oggi chiamano ‘la banda degli onesti’, conclusa con un ‘lieto fine’, è durata tredici lunghi anni. “C’ è voluto troppo tempo per ottenere giustizia, mentre la nostra individuazione come colpevoli è stata velocissima, troppo. Io mi sono ritrovato in carcere senza capire niente. Nessuna prova, niente di niente, solo un labile indizio.” racconta Gallo, “Secondo gli inquirenti io sarei stato il basista delle rapine. Dal 1976 lavoravo nell’ ufficio postale di Roma- Bravetta come ‘ripartitore’. Sarei stato io a procuratore ai ladri le chiavi dell’ ufficio, permettendo loro di entrare senza scasso e portarsi via la prima volta 316 milioni di lire in contanti e quasi 19 milioni tra valori bollati e francobolli e la seconda 84 milioni in contanti e circa 660 milioni in valori bollati. Secondo gli inquirenti io, in quanto rappresentante sindacale, avrei avuto piu’ libertà di muovermi rispetto a tutti gli altri miei colleghi, ma questo non era vero, avevamo tutti la stessa libertà di movimento, è evidente. I tempi, i modi, in cui io avrei contribuito alla rapina, non hanno trovato alcun riscontro. E poi, noi quattro coimputati, prima di queste accuse, non ci eravamo mai visti né conosciuti.” Bruno Del Moro,autista del trasporto pubblico a Livorno, era sul posto di lavoro quando è iniziato tutto: “Ero alla guida sul mio autobus, sono arrivati cinque agenti della polizia postale che mi hanno prelevato per accompagnarmi nei loro uffici, sotto gli occhi dei miei colleghi, sbalorditi quanto me. Quando mi hanno contestato le rapine compiute a Roma, a 350 km dalla mia città, dove per altro non ero mai stato, mi sembrava tutto surreale. Anch’io mi sono ritrovato in carcere prima, poi ai domiciliari, poi sottoposto all’ obbligo di firma. Sono sempre stato un cittadino onesto, un lavoratore, e, anche nel mio caso, non c’ era nessuna prova e nessun collegamento se non quelli usciti fuori forzatamente, tra me e gli altri co-imputati.” Vittorio Gallo, 13 anni fa aveva un lavoro da dipendente pubblico, una moglie, una vita. “Tutto distrutto.”, racconta “Il carcere è un’ esperienza che ti segna. Quando sei stato sette mesi lì ed esci, anche se non hai fatto niente, tutto cambia. La mia vita famigliare non è tornata più quella di prima e ho ritenuto opportuno andarmene di casa, ma nel frattempo sono stato licenziato e anche la mia situazione economica è diventata critica ,così mi sono dovuto arrangiare, ricorrere ai centri di accoglienza. Ma anche quella era una realtà difficile. Le case di accoglienza, cioè gli ostelli caritas, non sono vere e proprie case. Si esce la mattina alle 7 e si rientra la sera, sono solo tetti per chi ha bisogno e poi, anche lì è un po’ come il carcere: ti capita di stare con chiunque. Nel frattempo c’era pure l’ interdizione ai pubblici uffici che complicava il reinserimento lavorativo. Non potevo nemmeno diventare socio in una cooperativa, insomma, era un altro marchio di infamia che complicava ulteriormente le cose. Così, nel giro di poco ho perso tutto e ho rischiato di diventare un barbone.” Grandi problemi ha dovuto affrontare anche Bruno Del Moro, aiutato, in tutti questi anni da sua moglie Lisanna, 47 anni, che lo ha sostenuto condividendo con lui tutte le pene. “Sono stati tredici anni terribili”, racconta lei, “ma io, a dire la verità, sto cercando di rimuoverli: un bel colpo di spugna e via, si va avanti. Tempo per piangersi addosso non ne abbiamo avuto, visto che avevamo una figlia piccola da crescere, ma i problemi sono stati tanti. Avevamo una vita tranquilla, normale, io mi dedicavo all’ attività di famiglia: un emporio di vernici, ferramenta e materiali per la nautica che apparteneva alla mia famiglia da 120 anni e che, naturalmente, abbiamo dovuto vendere. E’ stato tremendo: era un buon momento, stavamo pensando anche di aprire un altro punto vendita e all’ improvviso mi ritrovo con un marito in carcere, accusato di due rapine, commesse a Roma, la nostra esistenza sconvolta .” L’ avvocato Marsiglia, difensore di Vincenzo Gallo, commenta così la vicenda “Non mi è mai capitato di trovarmi di fronte a una tale serie errori ed elementi indiziari come in questo caso.” A questo punto, com’è ovvio, si passerà a richiedere il risarcimento del danno ma Vittorio Gallo ancora si chiede “Ma come funziona questa giustizia? Nessun approfondimento, nessuna prova, nessuna apertura alle ipotesi alternative presentate dalla difesa. Si figuri, durante l’ interrogatorio in primo grado, io mi aspettavo di venire torchiato da parte dei pm e invece mi è stata fatta una sola domanda. Ora sono felice che si stata riconosciuta la nostra innocenza, ma, ci sono voluti tredici anni, e ora,chi potrà ridarci quello che abbiamo perso?”

 

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