La giornata in memoria delle vittime del terrorismo tra i parenti delle vittime

“Quando il sindaco ha scoperto la targa mi sono sentita morire, mi sembrava che mi scoppiasse il cuore. Ho provato una delle emozioni piu’ forti della mia vita.” ha gli occhi lucidi Roberta Peci, 30 anni, mentre ci racconta del momento piu’ significativo di una giornata per lei davvero particolare. Il 9 maggio, giorno dedicato alla memoria delle vittime del terrorismo, le emozioni sono iniziate per lei già in mattinata, a Roma, dove insieme alla mamma Antonietta, ha partecipato alla cerimonia al Quirinale, con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e altre cariche dello Stato. Un momento ad alto tasso emotivo in una Sala dei Corazzieri strapiena di persone, ognuna delle quali, si porta dentro una ferita, il ricordo indelebile di un padre, un fratello, un marito, ucciso dalla follia degli anni di piombo. Neanche Napolitano è riuscito a trattenere la commozione di fronte a tutto quel dignitoso dolore: vedove, orfani, storie di vite spezzate, e la sua voce si è rotta, mentre leggeva il discorso in onore degli innocenti caduti. Uscendo dal Quirinale, Roberta, era già visibilmente emozionata: “E’ stata un esperienza forte, non me l’ aspettavo. Il Presidente si è commosso, ha dimostrato di essere un uomo di grande sensibilità. E’ la prima volta che partecipo alla cerimonia, che, dal 2008, commemora le vittime del terrorismo. Con alcuni degli altri parenti già ci conoscevamo, ma ritrovarci qui, tutti insieme, a condividere questo momento è stato importante, mi sono sentita come se fossimo tutti una grande famiglia.” La vera famiglia di Roberta fu dilaniata da quella stagione di violenza. Suo padre, vittima del terrorismo, Roberto Peci , fu rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, trent’ anni fa perché era il fratello di Patrizio Peci, primo brigatista che decise di pentirsi e collaborare con le forze dell’ ordine. Il rapimento e l’ esecuzione di Roberto, antennista di 25 anni, fu il prezzo che i terroristi fecero pagare all’ ‘infame’ per il suo tradimento. Così, la scelta di Patrizio, fu fatale per il fratello, sequestrato a San Benedetto del Tronto, in via Arrigo Boito, il 10 giugno del 1981 e ucciso cinquantaquattro giorni dopo, il tre agosto, in un casolare nella campagna romana. Roberto lasciò la giovane moglie Antonietta che mise alla luce, tre mesi dopo, Roberta, cresciuta senza aver potuto mai abbracciare suo padre. A trent’ anni di distanza Antonietta e Roberta, sono tornate in quella stradina sul lungomare- sud da dove Roberto fu portato via per sempre, per scoprire la targa che ora la nomina “Via Roberto Peci, vittima del terrorismo”. Le due donne, insieme al sindaco di San Benedetto del Tronto, Giovanni Gaspari, a Walter Veltroni e ad Agnese Moro, hanno concluso così, con l’ emozione piu’ forte, il loro 9 maggio. “Mi sono battuta per tutta la vita per questo. Mi sento come se fossi arrivata alla fine di un viaggio lungo trent’ anni. Oggi, siamo riusciti a fare qualcosa di concreto”, dice la combattiva Roberta, “E’un giorno importante per me, che ho dovuto fare un lungo lavoro di ricerca per capire, conoscere mio padre e per ristabilire la verità. Per anni ci sono state ambiguità sulla figura di Roberto Peci: in molti lo credevano terrorista, o fiancheggiatore. Oggi le istituzioni gli rendono giustizia: intitolandogli la strada in cui fu rapito e chiarendo una volta per tutte che Roberto Peci fu una vittima delle Brigate Rosse, un ragazzo normalissimo, attaccato alla sua famiglia, un lavoratore, che è stato strappato ai suoi cari dalla violenza terrorista. Era impegnato in politica e aveva le sue idee, come tutti i giovani in quel momento storico, ma non fu un brigatista. Per me, in questi anni, sentire che qualcuno metteva sullo stesso piano lui e i suoi carnefici è stata la cosa piu’ dolorosa. Oggi si ristabilisce la verità. Mio padre, è stato vittima del dualismo con suo fratello: Patrizio fu il brigatista, Roberto la vittima.” Le lacrime di Roberta mentre il sindaco scopre la targa e viene intonato il silenzio dicono molto piu’ di tante parole e raccontano di una figlia a cui il delirio degli anni di piombo ha tolto il diritto ad avere un padre, una vita normale. Roberta, in questo momento così intenso, si stringe alla madre Antonietta, che nei giorni del sequestro lottò con tutte le sue forze per tentare di evitare quello che fu il tragico epilogo della vicenda, che ha dovuto crescere sua figlia da sola, e che ora, sotto quella targa, appare visibilmente commossa. “Bisogna continuare a parlare di quello che è successo, di quel periodo storico. Non permettere di rimuoverlo, ma ricordarlo per non cadere negli stessi errori.” ribadisce Roberta per poi unirsi al coro di chi dice che bisogna essere disposti a perdonare. “Perché noi siamo migliori di loro. E perché dobbiamo andare avanti. Io so quanto è stata difficile la mia vita e quella di mia madre in questi anni, ma dobbiamo avere la forza di non rivangare il passato. Non voglio coltivare quei sentimenti che sono quelli che hanno portato all’ assassinio di mio padre: la collera, l’ odio, la sete di vendetta. Non mi appartengono e non mi apparterranno mai, nonostante tutto il dolore che ho vissuto.”

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