Emergenza NordAfrica. La famiglia italiana che ha accolto un tunisino

E’ partito da una casa davanti al mare, sulle coste della Tunisia e, dopo tante traversie, è approdato in una nuova casa, davanti alle dune del litorale romano. Pescatore, figlio di pescatori, per lui, quella distesa d’ acqua, ad un certo punto, era diventato anche il confine dei sogni: ‘dall’ altra parte’, pensava, scrutando l’ orizzonte, ‘c’è ricchezza e benessere’. E così, un giorno, ha deciso di attraversare quel confine col cuore pieno di speranza, ma il mare, allora, si è incattivito e per poco, non l’ ha ucciso. Poi, dopo tante traversie e burrasche, anche sulla terraferma, nel momento in cui non se lo aspettava piu’, due esseri umani gli hanno teso la mano, raccogliendolo dall’ ennesimo punto di partenza di un viaggio infinito e aprendogli le porte della loro casa, a pochi metri da un mare che ora non illude e non punisce, ma piuttosto culla. E’ questa la storia a lieto fine di Tarek, uno dei tanti tunisini sbarcati nel nostro paese in questi mesi e della famiglia italiana che ha scelto di ospitarlo. “Non ne potevamo più di stare a guardare senza fare niente. Tutti siamo al corrente del dramma dei migranti che stanno arrivando nel nostro Paese ma per noi, ad un certo punto, è diventato insopportabile continuare a riempirci la bocca con parole come ‘solidarietà’, ‘accoglienza’, valori in cui crediamo, ma che rischiavano di restare retorica senza essere mai trasformati in un gesto concreto, anche minimo, come il nostro.” Questa è stata la riflessione che ha portato Enrico C, e sua moglie Miriam P., entrambi milanesi di nascita, a decidere che, da un paio di settimane, nella loro famiglia c’è posto per Tarek M., 19 anni appena, occhi neri e sguardo basso, appena tornato dalla sua prima lezione di italiano. “Un giorno mi sono trovato a passare dalle parti della stazione Termini e mi sono imbattuto nei ragazzi tunisini che fanno tappa lì per poi essere smistati sui treni .”, racconta Enrico, ” Ho fatto un gesto istintivo di cui sono contento. Ho chiesto a una volontaria, Mahé, di indicarmi, secondo lei, quale dei ragazzi che si trovavano lì in quel momento, fosse il più bisognoso di aiuto, e lei mi ha portato da Tarek, il più giovane.” Come sono andati i primi giorni di convivenza? “Molto meglio di quello che mi aspettassi”, racconta Miriam, “Certo, c’è un evidente problema di comunicazione, sia per la lingua, sia per il fatto che Tarek, caratterialmente, è un ragazzo mite ma molto introverso. Sapevamo che non sarebbe stata una cosa facile. Ora ci vogliamo impegnare a conoscerlo meglio, così da poterlo aiutare nel modo migliore.” Tarek è partito dal suo paese, Sfax, a sud di Susa, all’ inizio di marzo, come tutti gli altri, in cerca di fortuna. Orfano di madre, era diventato l’ unico sostentamento di una famiglia composta da due sorelle e un fratello minore, dopo un gravissimo infortunio del padre pescatore. La famiglia, Tarek, che non ha mai avuto un cellulare, oggi, riesce a sentirla tuti i giorni. “Sono andato da mio padre a chiedergli il permesso di partire, lui non voleva, ma sono venuto via lo stesso”. Tarek non spiccica ancora una parola d’ italiano, ma si fa tradurre da Oulemi, 23 anni, mediatrice culturale, una dei tanti volontari, tutti giovanissimi, studenti e lavoratori, da lungo tempo in Italia che si alternano, gratuitamente, per garantire, 24 h su 24, assistenza ai tunisini che arrivano a Roma. E con il suo aiuto il ragazzo, a fatica, racconta l’ odissea che è stato il suo viaggio nel mese e mezzo prima di essere baciato dalla fortuna. “Sono partito il nove marzo, su un barcone, eravamo circa ottanta tra uomini e donne. Ma qualcosa durante il viaggio è andato storto. Si è rotto il motore, e ci siamo persi. Siamo stati tre giorni e tre notti senza mangiare e senza bere. Ho pensato: ‘è finita, ora muoio’. Poi, la guardia costiera ci ha recuperati, vicino a Malta. Io ho avuto per molti giorni incubi di notte, sognavo che era buio e stavamo ancora in mezzo al mare.” Il primo impatto con l’ Italia qual’ è stato? “Durissimo, volevo tornare a casa. Ho girato tante città: da Lampedusa sono stato a Bari, poi a Bologna, a Firenze e, infine, a Roma. Ho dovuto , per la prima volta in vita mia, dormire per strada. Non era quello che mi aspettavo.” E che ti aspettavi dall’ Italia, quando sei partito? “Quello che si aspettano tutti quelli che partono: lavoro e soldi. In Tunisia tutti pensano che qui ci sono tanti soldi e tanto benessere, basta chiedere per ottenere un buon lavoro e, invece, non è così, ma ce ne accorgiamo solo quando arriviamo. Mio fratello minore che è arrivato un mese dopo di me, è già tornato a casa.” Che cosa hai pensato quando ti hanno detto che c’era una famiglia italiana, pronta ad accoglierti in casa sua? “Si puo’ dire che, dopo l’ inferno, in quel momento, ho visto il paradiso. Non me lo sarei mai aspettato. Non riesco ancora a credere di essere stato tanto fortunato.” Qual’ è stato il primo impatto con la tua nuova famiglia? ” Il primo giorno mi sono trovato un po’ in difficoltà, provavo un po’ di vergogna ma poi, quando ho capito veramente quello che Miriam ed Enrico hanno fatto per me, ho iniziato a sentirmi piu’ a mio agio e oggi posso dire che per me, loro hanno fatto anche più dei miei veri genitori, una cosa importantissima.” Ti trovi bene, quindi. “Certo, mi trovo benissimo con tutti loro, soprattutto con Miriam e Nuvola (la vivace cagnolina meticcia di casa n.d.r.).” Come vedi ora il tuo futuro? “Voglio impegnarmi al massimo per ripagare la fiducia che queste persone straordinarie mi hanno dato senza conoscermi, senza sapere niente di me, solo per generosità. Voglio raggiungere lo scopo per cui sono partito dalla Tunisia: trovare un lavoro e ‘sistemare’ la mia famiglia laggiù, dargli la possibilità di avere una vita ‘normale’. E poi voglio fare del mio meglio per trovare il modo di ringraziare questa famiglia che mi ha accolto. Voglio renderli felici e orgogliosi.”

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