Pietro Orlandi: “Sento che mia sorella Emanuela é viva”

 

ORLANDI03Pubblicato su “Diva e Donna”

Roma -“Certo che partirei per Londra, se solo avessi indicazioni piu’ precise. Siamo andati in Lussemburgo, sono andato in Svizzera, figurasi se non partirei per Londra. 28 anni sono lunghi e la gente mi guarda con compassione quando dico che, da fratello, sento che Emanuela è viva.” Pietro Orlandi oggi ha 52 anni e sei figli, ma una parte della sua vita è rimasta cristallizzata a quel 22 giugno del 1983, quando sua sorella minore, Emanuela, allora 15 anni, usci’ di casa per andare ad una lezione di musica e non torno’ piu’. La storia di Emanuela Orlandi, è uno dei gialli italiani (e non solo) che appaiono piu’ inestricabili e la prova è che, a quasi 30 anni di distanza la sua famiglia è ancora in prima linea per spingere ad indagare, a scavare, a capire che cosa c’è dietro la sua scomparsa e che fine abbia fatto, veramente, la ragazzina sorridente con la fascetta tra i capelli, inghiottita nel nulla nel giro di dieci minuti, in un pomeriggio di giugno in pieno centro a Roma. Le indagini dei primi venti anni successivi al sequestro, hanno battuto molte piste: il terrorismo internazionale, i Lupi Grigi, l’ attentato al Papa ma si sono concluse nel 1997 per ‘mancanza di elementi’. Un altro capitolo è stato aperto tre anni fa con le dichiarazioni di Sabrina Minardi, ex- compagna del boss della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, secondo cui fu proprio la Banda della Magliana a rapire Emanuela che poi venne uccisa e il suo corpo gettato in una betoniera a Torvaianica, sul litorale romano. A seguito di queste dichiarazioni, nel 2010, cinque ex-componenti della Banda sono stati iscritti nel registro degli indagati. Poche sere fa, nuovo colpo di scena: nel corso della trasmissione “Metropolis” dell’ emittente romana RomaUno tv. E’ ospite in studio Pietro Orlandi, che presenta il suo libro “Mia sorella Emanuela” (Ed Anordest) in cui racconta l’ odissea della sua famiglia alla ricerca della verità. Ad un certo punto arriva una telefonata di un telespettatore che si fa chiamare “Lupo” e si dice ex- agente del Sismi e dice: “Io so dov’è Emanuela. E’ viva, è internata in una casa di cura nel centro di Londra, si prendono cura di lei due medici e quattro infermieri”. I pm che si occupano del caso, Giancarlo Capaldo e Simona Maisto, hanno acquisito la registrazione della trasmissione e ascolteranno cosa avrà da raccontargli “Lupo”
Pietro, che hai pensato quando è arrivata quella telefonata?
“Che quelle parole vanno approfondite dagli inquirenti. Io non ho elementi per dire se questa persona dice la verità oppure no. Ma certo si tratta di una persona informata sui fatti. Ci ha parlato di Bolzano, dove avrebbe residenza una persona con un ruolo importante nel rapimento di Emanuela. E su una persona residente a Merano, ex agente del Sismi, gli inquirenti si erano già concentrati negli anni scorsi.”
Parliamo dell’ inchiesta conclusasi nel 1997 con un ‘niente di fatto’ per mancanza di elementi?
Si. Ad un certo punto l’inchiesta arrivo’ a un agente del Sismi con residenza a Merano. Ma proprio a quel punto venne conclusa.
Quando hai chiesto a “Lupo”, secondo lui, quale sarebbe stato il movente del rapimento di tua sorella, lui ha detto: ‘devi scavare su quello che faceva tuo padre’ e poi ha parlato di giri di riciclaggio di denaro legati all’ istituto Antonveneta.
Ecco, questo è l’ unico elemento che stona della telefonata. Non parlo solo da figlio, parlo guardando la realtà: mio padre era un messo della Casa Pontificia, il suo ruolo non lo portava a contatto con vicende finanziarie. Inoltre, in tutti questi anni, mi sono fatto l’ idea che Emanuela sia stata rapita in quanto cittadina vaticana, non in quanto Emanuela Orlandi.
Un modo, quindi, per colpire il Vaticano, il Papa
Si, e un elemento in questa direzione lo diede proprio Giovanni Paolo II. Venne a farci gli auguri a casa il Natale successivo alla scomparsa di Emanuela, per portarci il suo conforto e ci disse: ‘ questo è un caso di terrorismo internazionale’. Lo disse lui, il Papa, non una persona qualsiasi e io sono sicuro che quel giorno venne a casa proprio per darci questo elemento che doveva diventare il centro delle indagini, il punto sicuro su cui scavare.
Il rapimento di tua sorella, seguendo questa tesi, sarebbe legato all’ attentato al Papa. Per questo hai voluto incontrare Alì Agca, il suo attentatore?
Ho parlato a lungo con Agca, ma dopo tanti mesi, ancora nessuno mi ha convocato per sapere estattamente cosa ci siamo detti. Anche lui sostiene che Emanuela è viva. Ma nessuno gli chiede niente.
Forse Agca è considerato un personaggio poco attendibile
A me è sembrato una persona lucidissima. Negli anni ha rilasciato dichiarazioni contradditorie, ma mi ha parlato di pressioni ricevute per cambiare versione, per proteggere la propria incolumità.

Depistaggi, contraddizioni, trame oscure, grandi poteri. Dopo tutti questi anni, credi ancora che si arriverà alla verità?
Ho fiducia nella magistratura. Negli anni ho visto lavorare tante persone per ritrovare mia sorella, ho visto l’ impegno degli inquirenti. A volte pero’, il meccanismo si è inceppato in qualche punto non ben specificato. Ma noi, la speranza non possiamo perderla.
Perché?
Perché secondo me, il caso di Emanuela è esemplare. Per me, mia sorella e’ stata rapita perché, per questioni a lei lontane, bisognava semplicemente rapire una cittadina vaticana. Non era Emanuela Orlandi, 15 anni, con tutta la vita davanti: per i suoi rapitori, è stata solo una pedina. E questo, al di là del dolore in cui abbiamo vissuto noi famigliari per tutti questi anni, fa riflettere sul fatto che tutti crediamo di essere liberi, ma in realtà lo siamo? A mia sorella e alla mia famiglia è stata fatta una ingiustizia. Continuare a lottare e continuare a sperare è un modo di combattere contro l’ ingiustizia.
Quando pensi a tua sorella come la pensi?
Com’ era a 15 anni, quando fu portata via. La penso ragazzina allegra, tranquilla e piena di vita. Perché per noi,non sono passati ventotto anni, è come se questo incubo sia iniziato tre ore fa. Anche se nel frattempo bisogna continuare a vivere, una parte di me, è rimasta a quel 22 giugno. La camera di Emanuela, a casa di mia madre, è rimasta com’ era allora. I miei figli sanno che c’è zia Emanuela. Anche se non l’ hanno conosciuta mai, zia Emanuela è una presenza nelle loro vite: quando andiamo da mia madre, lei gli racconta di Emanuela, aneddoti di quando eravamo piccoli. Non si tratta mai di racconti malinconici ma di episodi divertenti, anche perché, abbiamo passato una bellissima infanzia in Vaticano.
Pensi che il Vaticano abbia fatto poco per Emanuela?
Al di là della vicinanza personale di Giovanni Paolo II, il Vaticano, ufficialmente, non si è mai dato troppo da fare. Ho scritto a Papa Benedetto XVI e piu’ volte mi sono rivolto al Segretario di Stato, ma non sono ancora mai stato ricevuto. La poca collaborazione è una mancanza di rispetto per Emanuela, cittadina vaticana. Se fosse successo lo stesso a una cittadina francese, tedesca o britannica sul suolo italiano, dubito che i governi di quei paesi non si sarebberero mossi per fare pressione sullo stato italiano perché si arrivasse alla verità. E invece il Vaticano non si è comportato così..
Come si convive, per quasi trent’ anni, con una storia come questa?
E’ come vivere su due binari paralleli. La mia vita di oggi e il pensiero della mancanza di Emanuela. E’ come se quando sto bene, sentissi un senso di colpa strisciante. Vado in vacanza con tutta la mia famiglia,mi diverto, ma mi viene da pensare, ‘perché anche lei non puo’andare in vacanza e divertirsi? ‘ Sarà che quel 22 giugno avrei dovuto accompagnarla io a scuola di musica. Poi mi chiamo’ una ragazza e lei ando’ da sola.. fatto sta che da quel giorno non riesco mai a sentirmi felice al 100%..

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