Vincenza D’ Amico, una vita da precaria della scuola, assunta in ruolo a due anni dalla pensione

Alla fine ce l’ ha fatta: dopo 37 lunghi anni di precariato, alle soglie della pensione, Vincenza Amico, 63 anni, professoressa di educazione artistica di Mussomeli (Caltanissetta), ha raggiunto l’ ambito traguardo: da quest’ anno è un insegnate di ruolo, ha ottenuto una cattedra.   L’ agognata notizia è arrivata il 31 agosto scorso negli uffici del  provveditorato agli studi. Vincenza, era pronta ad affrontare l’ ennesimo anno da precaria, mandata in qualche scuola, che comunque non sarebbe stata la stessa l’ anno dopo e invece, é arrivata la sorpresa.”Ormai non ci speravo piu’. Che devo dire? ‘meglio tardi che mai'”, commenta, ancora emozionata. Il suo è un caso record: “dopo 37 anni di professione, a due anni dalla pensione, pensavo che avrei chiuso la carriera come l’ avevo cominciata: da precaria e invece, eccomi a festeggiare questo traguardo tanto desiderato.” racconta la signora Vincenza. Nonostante la passione e la professionalità che da sempre mette nel suo lavoro da quasi quarant’ anni, non osava piu’ nemmeno sperare di  poter coronare il suo sogno. E invece, è stata smentita dalla graduatoria e, alla vigilia della partenza del suo trentottesimo anno scolastico vissuto dietro una cattedra, puo’ finalmente considerarsi un insegnante di ruolo. Come ha reagito alla notizia?  “Mi sono emozionata, non sono riuscita a trattenere le lacrime quando mi hanno comunicato che ce l’ avevo fatta. E’ stato molto bello, i tanti colleghi che erano lì si sono complimentati con me e hanno condiviso la mia gioia: sapevano quanto ci tenessi e possono comprenderlo, visto che molti di loro sono precari.” Così la mattinata in provveditorato si è trasformata, per una volta, in un’ occasione di festa “Una festa che poi, naturalmente, è proseguita a casa, con la mia famiglia. Mio marito che era con me in provveditorato e ha vissuto la mia prima commozione e i miei due figli che stentavano a crederci.” Com’ è stata la sua vita lavorativa finora? “Sono stata una’ zingara’: ogni anno una scuola diversa, che vuol dire presidi diversi, colleghi diversi, alunni diversi. Tante cose a cui abituarsi per poi dover affrontare le stesse problematiche un anno dopo. Ho girato una ventina di istituti. Ogni anno un emozione nuova, una nuova sfida ma anche una nuova tensione.” La sfida è stimolante, la tensione puo’ essere controproducente, questa vita da ‘zingara’ ha influito sulla sua didattica? “Senz’ altro, in entrambi i sensi. Per fare un lavoro come il nostro ci vuole tanta motivazione, passione, professionalità. Ma per portare avanti un progetto didattico ci vuole anche continuità. Io pero’ ho sempre dato il massimo. E’ l’ amore per l’ insegnamento che ti salva dalla tentazione di gettare la spugna. Poi dipende anche da persona a persona, comunque il fatto di cambiare ogni anno, da una parte può essere uno stimolo, ma dall’ altra uno stress.” La sua storia è paradossale ma emblematica: il mondo dell’ insegnamento è pieno di precari che rischiano, come lei di restarlo ‘a vita’ “Si, ce ne sono tantissimi. Infatti devo dire che io mi sento comunque fortunata: alla fine, ho coronato il mio sogno, anche se tardi, a due anni dalla pensione. Però il pensiero non puo’ che andare ai tanti colleghi precari che in questo momento di crisi hanno poche prospettive di raggiungere lo stesso traguardo. Penso soprattutto ai giovani, come mia figlia Adriana, per esempio. Anche lei aveva intrapreso la stessa mia strada, aveva iniziato ad insegnare inglese, dopo tre anni pero’, si è scoraggiata e ora fa un altro lavoro.” Adriana che ha 30 anni e ora fa l’ attrice, ci aveva provato a fare l’ insegnante poi, ha cambiato strada. Tra le tante motivazioni della tua scelta, quanto ti ha influenzato l’ esperienza di tua madre? “Certo, vedere quante difficoltà ha affrontato lei, insieme a tanti altri fattori, ha influito sulla mia scelta.” E tu come hai reagito alla notizia che tua madre sarebbe finalmente diventata un’ insegnante di ruolo?”A casa naturalmente siamo tutti felici di questo traguardo finalmente raggiunto. Sono contenta per mia madre perché so quanto se l’ è meritato. Mi ricordo, per esempio, di quando andava a lavorare a Gela, a piu’ di due ore di auto da Mussumeli: si alzava all’ alba ma non si è mai lamentata perché ama e crede nel suo lavoro.” Un lavoro complicato spesso dalla burocrazia “Questo è davvero il problema”, dice Vincenza, “Io sono un caso-limite ma nella scuola la burocrazia rischia di soffocare chi vuole lavorare seriamente. Siamo sommersi ogni anno di moduli da compilare, ossessionati da graduatorie in cui rientrare, tutte queste scartoffie scoraggiano e rubano tempo ed energie. Bisognerebbe semplificare e riuscire a concentrarsi sul nostro lavoro: insegnare.”

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