Veronica Pivetti: “Vi racconto la mia depressione”

copertina-pivetti_“Uno dei possibili titoli per questo libro era ‘Brutta, sporca e cattiva’, perché era così che mi sentivo, e anche fragile e inutile, come qualcosa che nessuno avrebbe mai comprato, nemmeno in saldo”. Veronica Pivetti, 47 anni, descrive così la sensazione che l’ ha accompagnata quotidianamente per sei anni, tra il 2002 e il 2008, quando si è trovata a combattere contro una terribile depressione. Oggi, con grande fatica e grande impegno ne è uscita e ha scelto di raccontare la sua storia nel libro “Ho smesso di piangere”, edizioni Mondadori, nelle cui pagine non manca l’ ironia e la verve che l’ attrice milanese riesce ad usare pur parlando del cosiddetto ‘male oscuro’.
Perché hai scelto di raccontare la tua depressione?
Perché è qualcosa di cui non si parla mai: chi ne soffre se ne vergogna, si sente un peso per gli altri e non si puo’ confidare con nessuno anche perché poi è proprio una cosa difficile da raccontare: non è una gamba rotta che dici ‘mi fa male là’, è qualcosa di piu’ subdolo, inafferrabile, che si impadronisce di te e ti impedisce di vivere. Inoltre ho voluto parlare di me, raccontare quello che è stato un passaggio cruciale della mia vita da cui, dopo tante sofferenze, sono uscita maturata.
Come è iniziata?
Con un problema alla tiroide curato male che, insieme ad altri disastri, mi ha portato la depressione.
C’è stato un momento esatto in cui ti sei resa conto che soffrivi del male oscuro?
Si, mi sono resa conto perfettamente che mi stava succedendo qualcosa. Ero in strada, davanti ala vetrina di un negozio ed è arrivata questa ‘botta’ che ancora oggi faccio fatica a descrivere, era molto piu’ forte della normale tristezza che è una cosa brutta ma che è una cosa normale per ognuno di noi. Mi ha aggredito d’ improvviso per strada.
E da quel momento che cosa ti è successo?
Ho cominciato a vivere un dolore profondo e continuo, qualcosa di cui non puoi confidarti con gli altri, perché hai paura di annoiarli. Io mi sentivo inutile, estranea da tutto quello che mi circondava. Mi ricordo di una sera, che mi stavano portando a casa in macchina da un set. Io ero seduta sul sedile posteriore con il mio adorato cane Harpo sulle ginocchia, e ad un certo punto ho guardato le mie gambe e ho avuto la netta sensazione che non fossero mie, perché niente mi apparteneva piu’. Le ho riconosciute solo riflettendo che sopra c’era il mio cane.
In quegli anni hai comunque continuato a lavorare
Sì, ho vissuto per molto tempo una vita completamente sdoppiata. Con grande fatica andavo sul set, continuavo a vedere persone e riuscivo comunque ad essere quella di sempre, ad avere la battuta sempre pronta. Poi tornavo a casa e finalmente da sola potevo passare ore a piangere e a dare sfogo alla mia disperazione.
Non ti sei confidata con nessuno nel tuo ambiente?
Convivere con una malattia è difficile qualsiasi lavoro si faccia ma nel mondo dello spettacolo c’è una sorta di tabù. Ti dicono ‘non dire mai che sei malato’. Nel mio caso nessuno si é accorto di niente anche perché io non mi sono confidata veramente con nessuno.
Nemmeno con la tua famiglia?
Qualcosa loro sapevano, il minimo. La mia famiglia vive a Milano, io a Roma, hanno intuito forse qualcosa. Poi, nel tempo ne abbiamo parlato, io sono stata sempre molto legata a loro, ma quello di uscire dalla depressione è un percorso che ho affrontato senza coinvolgerli piu’ di tanto.
Completamente da sola quindi?
No, ho avuto un’ amica speciale che mi ha davvero salvata. Mi è stata vicino, mi ha consigliato, si è sobbarcata il peso di sopportarmi quando ero insopportabile, è stata fondamentale nella mia salvezza. Auguro a tutti nella vita di trovare un amico così.
Nel tuo libro ci sono passaggi molto sinceri, che raccontano come il depresso si chiude nella sofferenza, si lascia andare, per esempio racconti di un maglione che non cambiavi mai..
Quando ho deciso di scrivere un libro su questa storia, era evidente che avrei affrontato un argomento, come la depressione, che di per sé è brutto. Ma questa è una storia vera, la mia, e non avrebbe avuto senso ‘ripulirla’. E’ vero, ci sono stati periodi in cui anche lavarsi era una fatica inutile: il depresso si convince che il mondo non è interessato a lui e lui non è interessato al mondo, e si lascia andare.
Hai mai pensato al suicidio?
Di farlo io no, ma incosciamente volevo morire, farla finita con tutta quella sofferenza, per esempio, attraversavo la strada molto lentamente, pensando che potessero investirmi
Molto del tuo libro è dedicato a medici e medicine. Racconti un vero calvario.
Racconto semplicemente quella che è stata la mia esperienza personale. Sono entrata in un mondo che per me, che sono sempre stata sanissima e poco interessata all’ argomento salute, era del tutto nuovo. Mi sono affidata a consigli di amici e ho conosciuto diversi luminari. E, come si puo’ leggere nel libro, mi sono successe cosa davvero curiose e mi sono accorta che anche tra i medici, come tra gli attori, c’è grande protagonismo: è come se molti fossero sempre tesi a dimostrare che sono bravi mentre tu non sai niente, dato che dovrebbe essere scontato visto che tu vai lì con un problema di salute e loro dovrebbero curarti. Quindi hanno un potere da esercitare, enorme, perché riguarda la tua salute. Ma dopo tanti tentativi ho trovato anche i medici bravissimi che mi hanno davvero salvato . Ripeto,nel libro racconto solo quella che é la mia esperienza personale.
Ora che ne sei uscita, che giudizio dai di quella parte della tua vita?
Oggi capisco che per me tutta quella sofferenza è stata anche un momento fondamentale di crescita. Mi sono resa conto che, prima di allora, non avevo mai conosciuto il dolore, perché ho avuto una vita fortunata, senza grandi inciampi. Ho fatto un percorso di analisi, che io metterei come materia alle elementari, perché ognuno di noi ha bisogno di conoscersi, e ho capito che tante cose nella mia vita andavano riviste, insomma, ora mi sento piu’ forte e matura.

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