Cesare deve morire: l’ arte é libertà, ovunque

“Quando nell’ ora d’ aria ti incontri con gli altri e discuti con loro della parte e dei preparativi di uno spettacolo, invece di discutere di processi e giudici allora, ti accorgi che, forse, una possibilità di farcela c’é.” A spiegarlo è Salvatore Sasà Striano, napoletano di 38 anni, protagonista del film “Cesare deve morire” dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, fresco di Orso d’ oro a Berlino, in sala dal 2 marzo distribuito dalla Sacher film di Nanni Moretti. La pellicola racconta l’ allestimento del Giulio Cesare di Sheakspeare nel carcere di Rebibbia. Gli attori sono i veri detenuti impegnati nell’ allestimento teatrale sotto la guida del regista Fabio Cavalli. Salvatore, che interpreta Bruto, e che oggi è un attore a tempo pieno, è in libertà dal 2006 grazie all’ indulto, ma nel suo passato ci sono anni passati in carcere. Oggi, con questo film Sasà e i suoi colleghi tuttora detenuti, sono stati chiamati a  raccontare che cosa vuol dire, in un contesto come quello di un penitenziario l’ incontro con la cultura, qualcosa che davvero puo’ cambiare delle vite che fino ad allora hanno seguito binari sbagliati. “ Io voglio parlare di arte, non piu’ di carcere,” dice Salvatore, “ perché quell’ argomento l’ ho già approfondito troppo.” Eppure il messaggio del film dei Taviani è forte ed importante per tutti coloro che hanno partecipato alla pellicola “Quello che posso dire è che noi siamo stati fortunati, capitando nel carcere di Rebibbia.”, spiega Salvatore, “Lì lavorano tante associazioni, compresa l’ associazione Enrico Maria Salerno che si occupa di avvicinare i detenuti al teatro. Poi sono arrivati anche i Taviani e incredibilmente questo film ha vinto il festival di Berlino e siamo tutti rimasti molto sorpresi.” Il film si chiude con la frase di un detenuto ‘da quando ho conosciuto l’ arte, questa cella è diventata una prigione’, vuoi commentarla? “E’ una grande verità. Il contatto con qualcosa di così diverso da quella che è stata la tua vita fino a quel momento, ti spalanca un nuovo modo di vedere il mondo. Per questo è importante che in tutte le carceri italiane si facciano questo tipo di attività. Ci sono penitenziari, come quello di Reggio Calabria, per esempio, dove non c’è nemmeno una biblioteca.” Il messaggio del film è che l’ arte è libertà anche dove manca la libertà fisica. “L’ arte puo’ essere l’ inizio del cambiamento, spesso quando si cresce in un certo ambiente, non ci si rende nemmeno conto che c’è un altro modo di vivere. In prigione si ha il grande vantaggio del tempo: si ha tutto il tempo per provare a cambiare, a reinventarsi una vita, a dire che non è finita, che si puo’ ripartire. Ma bisogna essere fortunati: io lo sono stato e quando sono uscito, sapevo bene che cosa avrei voluto fare della mia esistenza. Poi sono rientrato in un carcere per questo film e in effetti, un certo effetto questa cosa me l’ ha fatta, ma io ho solo recitato la tragedia con i Taviani, mentre altri la tragedia, in penitenziari che non offrono le stesse opportunità che offre Rebibbia, la tragedia la vivono quotidianamente sulla loro pelle.”

 

 

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