Rocco Granata: “Così é nata ‘Marina’”…

“Mi sono innamorato di Marina, una ragazza mora ma carina” chi non ha mai canticchiato questa vecchia canzone, convinto che ‘Marina’ fosse davvero “una ragazza mora ma carina”? E invece, sorpresa! “Marina non è mai esistita” dice il suo cantore, Rocco Granata, 75 anni e tanta voglia di raccontare quella, insieme ad altre storie. Talmente tanta la voglia di raccontarsi che é diventata un film, da titolo inevitabile “Marina”, “quella canzone mi ha cambiato la vita”, dice Rocco Granata, “Non me lo sarei mai immaginato. La mia fortuna sono state le porte in faccia, i ‘no’ che ho ricevuto.” Il primo a dire, anzi, a urlare un gigantesco ‘no’ alle aspirazioni artistiche di Rocco, ragazzino con il sogno della musica, figlio di minatore immigrato in Belgio dalla Calabria negli anni ’50, fu proprio suo padre. “Mio padre capiva il mio amore per la musica. Al paese, Figline Vegliaturo, in provincia di Cosenza, da giovane, suonava anche lui. Poi parti’ per il Belgio, e dopo un anno mando’ a me, mia madre e mia sorella i biglietti per raggiungerlo. Per me fu un vero trauma, arrivai in quel paese lontano, non conoscevo la lingua, non riuscivo ad ambientarmi. Mio padre capi’ che, se c’era una cosa che mi dava conforto, quella era la musica: stavo sempre a suonare la fisarmonica che ci eravamo portati su dall’ Italia. E lui, ha continuato a farmi suonare e a farmi studiare musica anche in Belgio. Era la mia passione, ma in fondo, anche la sua.” Eppure, quando arriva il momento in cui il giovane Rocco deve scegliere cosa fare della sua vita, le necessità materiali, prevalgono su qualsiasi altra aspirazione. “Quando dissi a mio padre che avrei voluto fare il musicista di mestiere lo scontro fu durissimo, e questo è il nodo centrale del film. Lui, di questa mia idea, non ne voleva sentire parlare. ‘Con la musica non si mangia’, mi diceva. ‘Guarda che fine ha fatto tuo zio, al paese: lui è un chitarrista, tutti che lo cercano per le feste, i matrimoni, e dopo aver lavorato ore torna a casa senza mai un soldo e sempre ubriaco.'” ricorda Granata che, pero’, ormai, aveva scelto la sua strada “Io non potevo fare a meno di suonare, lui voleva che imparassi per forza un mestiere, ‘con la musica non si mangia’, mi ripeteva. La nostra realtà era dura, bisognava dare una mano, portare soldi a casa, io questo lo capivo, e l’ ho fatto per tutta la vita, ma non volevo abbandonare il mio sogno. Alla fine arrivammo a un compromesso: andai a lavorare da un meccanico, ma il sabato e la domenica andavo a suonare per ore. Mi ricordo questi locali dove venivano i minatori italiani a rilassarsi, sempre soli, con le famiglie lontane, la musica dava sollievo alle loro vite segnate dalla fatica e dalla solitudine e io ero contento di suonare per loro.” Il film ispirato dalla vita di Granata, una produzione italo-belga con Luigi Lo Cascio (nel ruolo del padre di Granata), Donatella Finocchiaro (in quello della madre) e i giovani Christian Campagna e Matteo Simoni (rispettivamente Granata bambino e Granata ragazzo), è anche il racconto della dura realtà delle famiglie italiane immigrate in Belgio negli anni cinquanta e sessanta. “Se ripenso a quanto è stato duro raggiungere mio padre e adattarmi da immigrato in quel paese che sentivo estraneo mi viene da dire a tutti coloro che anche in questo momento, tutti i giorni, devono affrontare per necessità il dramma della migrazione: ‘se potete, non sradicate i vostri figli’. Mi ricordo bene il clima, la solitudine. A scuola, si scoraggiavano i ragazzini italiani ad andare avanti, si cercava di impedire che si appassionassero alla cultura, perché avrebbero dovuto continuare, una volta adulti, il lavoro dei padri. I miei genitori non parlavano fiammingo, eravamo noi che imparavamo la lingua prima e poi facevamo da traduttori a loro. E’ stata una vita durissima. Ogni volta che vedo questo film e ripenso a quei tempi, a mio padre, a mia madre, mi commuovo. La mia fortuna, oltre alle porte in faccia, è stata l’ aver fatto in tempo a frequentare le scuole elementari in Italia.” Poi, arriviamo alle porte in faccia. “Ma prima, un altro colpo di fortuna. Quando sto li’, nei fine settimana, a suonare nei ritrovi per immigrati conosco un tizio che lavora con la musica, importa juke box e lui mi porta per la prima volta in sala d’ incisione. Registro il mio primo disco, sono al settimo cielo.” E arrivano le porte in faccia. “Nessuna casa discografica italiana ha voluto darmi un’ opportunità, nessuna voleva distribuire il disco, ma io, visto il successo che poi ho avuto, le devo ringraziarle di questo.” E come siamo arrivati tutti a canticchiare ‘Marina Marina Marina…’? “Perché io non mi sono scoraggiato. Ho portato personalmente ventiquattro copie del mio 45 giri in un negozio di musica che conoscevo.” E il negozio l’ ha venduto? “Si, e anzi, arrivavano i clienti e chiedevano il mio disco, così è cominciato tutto. Ho cantato ‘Marina’ in tutto il mondo, e poi ho fatto mille altre cose con la mia casa discografica, producendo tanti artisti italo-belgi. Insomma, alla fine è andato tutto bene.” Oltre alla fortuna ha avuto un bel coraggio. “Il coraggio ci vuole sempre. Lo dico anche ai giovani artisti, in questo momento di crisi, di difficoltà: ‘coraggio!'” Ancora una domanda, nel film, ‘Marina’ è una bella ragazza bionda, ma non avrebbe dovuto essere ‘mora ma carina’? “Quella è l’ unica aggiunta fatta dal regista. Perché in realtà non c’è stata mai una ‘Marina’ in carne ed ossa.” E che cosa ha ispirato la canzone che le ha cambiato la vita? “La pubblicità di una marca di sigarette. In un locale dove cantavo, davanti al palco c’era il poster di queste sigarette che una casa americana stava lanciando in Belgio, ‘Marina’, da lì è nata la canzone.”

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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