“In Inghilterra hanno rubato la mia bambina”

PACCHIERI03 PACCHIERI04Pubblicato su “Visto”

“Hanno rubato la mia bambina, li ho implorati di non portarmela via ma non mi hanno ascoltato.” Alessandra Pacchieri, 36 anni, è una donna in lotta per riavere sua figlia. E’ lei l’ italiana che è stata sottoposta a un forzato parto con il cesareo in Gran Bretagna, mentre era sottoposta a un TSO, a seguito di una crisi dovuta al disturbo bipolare di cui soffre. Dopo il parto indotto, i servizi sociali britannici hanno deciso che la bimba, nata ad agosto 2012, sarebbe stata data in affidamento.  Alessandra ha visto per l’ ultima volta la sua piccola nel maggio scorso.  L’ agghiacciante storia, ricostruita dal “Daily Mail”, ha suscitato scalpore e il racconto rilasciato in esclusiva al tabloid britannico dalla stessa Alessandra é  un incubo degno di un film dell’ orrore. C’è rabbia, disperazione e tanta voglia di lottare nelle parole di questa donna che è tornata a Chianciano, in provincia di Siena, dove è nata e dove ora lavora come badante.  E’ da qui che, assistita dall’ avvocato Stefano Oliva,  porta avanti la battaglia legale per riavere indietro la sua bambina. “Hanno violato il mio corpo e rubato la mia bambina.” ha raccontato Alessandra “Credo che abbiano pianificato di dare in adozione mia figlia fin dall’ inizio. Mi è stato fatto qualcosa di molto scorretto. Sto combattendo per riavere mia figlia e anche perché nessun’ altra madre innocente soffra quello che sto soffrendo io. ” Alessandra, nata in provincia di Siena, ha vissuto per anni anche negli Stati Uniti. Arriva in Inghilterra nel 2012, quando è incinta di quattro mesi. La sua è stata una vita movimentata.  Ha altre due figle,  avute da due uomini diversi, americani entrambi, “Posso avere avuto tre figli da tre uomini diversi ma questo non vuol dire che non sono una buona madre.” Quando ha scoperto di essere incinta della nuova bimba, avuta da un ragazzo senegalese, Alessandra ha deciso di ripartire con la sua vita, cominciando dal trovare un nuovo lavoro. Si iscrive ad un corso per hostess, fa un periodo di training a Bergamo e per seguire le ultime lezioni, deve andare in Inghilterra. Alessandra soffre di disturbo bipolare, una brutta bestia, che crea problemi, se non si assumono farmaci che  tengano sotto controllo gli sbalzi dell’ umore.  Durante il suo soggiorno in un albergo vicino l’ aeroporto, ha un attacco di panico e, da quel momento, inizia il suo incubo. “Ho chiamato la polizia per chiedere aiuto e ho dato loro il numero di mia madre in Italia.”, ricorda Alessandra. La madre racconta alla polizia del problema di salute della figlia e che deve prendere farmaci contro la depressione. “Avevo smesso di prendere la medicine”, racconta Alessandra, “Perché avevo letto che erano molto forti e avevo paura che mi avrebbero fatto perdere la bambina. Non mi aspettavo che la polizia avrebbe bussato alla mia porta. Mi dissero che mi avrebbero portata in ospedale per controllare che il bambino stesse bene, e fui d’ accordo.” All’ ospedale,  Alessandra racconta un’ attesa infinita “Piu’ di dieci ore.  Ero tanto stanca e non avevo mangiato tutto il giorno. Non arrivava nessun dottore e non mi lasciavano andare via. Poi sono arrivati due psichiatri e mi hanno detto che mi avrebbero messo sotto TSO. I poliziotti mi hanno portato via, nell’ ala psichiatrica. Era sporco e puzzolente e io ho dormito vestita. Sono stata  quattro giorni senza cambiarmi perché non mi portavano la mia valigia. Poi è arrivato un medico che mi diceva di prendere le medicine, ma io non volevo, avevo paura che facessero male alla mia bambina.” All’ inizio di luglio, al settimo mese di gravidanza, Alessandra venne portata in un altro ospedale, il Broomfield. “Lì gli assistenti sociali mi dissero che la mia bambina, una volta nata, sarebbe stata data in affidamento.” Il giorno piu’ terribile arriva il 24 agosto, Alessandra si alza, si lava, e si prepara a scendere per la colazione ma gli viene detto che non puo’ mangiare perché sta per subire un’ anestesia. Il Servizio Sanitario Inglese, aveva ottenuto dal giudice il permesso di  ‘forzare tramite cesareo’ il parto di Alessandra. “Quando mi dissero del cesareo ero disperata. Piangevo, li imploravo di non farmi il cesareo. La fine del tempo era prevista da lì a quattro giorni e non c’era nessun motivo per sottopormi ad un’ operazione così invasiva. Sotto anestesia. Sentivo la mia piccola scalciare. Volevo un parto naturale. Poi è arrivata l’ ambulanza, hanno detto: ‘dobbiamo andare.’  Mi sono trovata in una sala operatoria. Mi hanno messo sul letto e mi hanno messo una mascherina in faccia. Mi sentivo soffocare. E’ l’ ultima cosa che ricordo. Quando poi mi sono risvegliata ho provato ad alzarmi, volevo vedere la mia bambina, volevo assistere ai suoi primi momenti di vita ma stavo così male, che mi hanno tenuto a letto.” Alessandra racconta che la sua camera era piena di infermieri e assistenti sociali. “Qualcuno mi ha portato la bambina e ho iniziato ad allattarla. Era così bello tenerla tra le braccia. Poi l’ hanno portata via. Me l’ hanno fatta rivedere due ore dopo ma mi hanno detto:’ non devi allattarla piu’. Ne fui turbata: la piccola si strofinava a me, voleva il suo latte. Poi la portarono e mi trasferirono  nel reparto psichiatrico”, ricorda Alessandra che in quei momenti aveva un solo pensiero: “Imploravo l’ infermiera di ridarmi la bambina, le chiedevo: ‘dov’è? Come sta?’Alla fine, dopo tre giorni mi dissero che l’ avevano data in affidamento: avevano rubato la mia bambina.”

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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