Quanto vale un eroe?

Pubblicato su “Visto”

“Niente mi riporterà indietro Roberto, ma la sua vita non può valere cinquemila euro. Per questo continuo la sua battaglia, la richiesta di risarcimento danni alla Camera dei Deputati. Lo faccio per me e mia figlia, e perché la vita di mio marito valeva molto più di quanto è stato riconosciuto” a parlare è Monika Dobrowolska, 43 anni, la moglie di Roberto Mancini, il poliziotto coraggioso morto il 30 aprile scorso a 51 anni, che con il suo lavoro ha svelato i traffici criminali nella Terra dei Fuochi, molti anni prima che la questione balzasse agli ‘orrori’ delle cronache.

Un lavoro iniziato negli anni novanta come investigatore che, dal 1998 al 2001, lo ha fatto chiamare a collaborare con la commissione d’ inchiesta della Camera dei Deputati, per la quale Roberto ha girato le discariche di rifiuti tossici e radioattivi di tutta Europa, un lavoro che gli ha lasciato in regalo il linfoma nonhodgkin che se l’ è portato via dall’ affetto della moglie e della figlia tredicenne. “Roberto l’ ho conosciuto nel 1994, in questura. Dovevo andare da un tale Mancini dell’ ufficio stranieri, ma mi avevano dato l’ indicazione sbagliata e sono finita nel suo ufficio. E lui non si è lasciato sfuggire l’ occasione.” Comincia così una storia d’ amore lunga venti anni tra Monika, giovane polacca e un poliziotto testardo. La storia del coraggio e dell’ impegno civile di Roberto Mancini, raccontata da chi gli è stata più vicina, è quella di una vita sin da subito condizionata da questo lavoro necessario, che assorbiva tutte le energie del poliziotto romano. “Quando l’ ho conosciuto”, racconta Monika,” lui già stava lavorando con l’ anticamorra, faceva spesso su e giù con Napoli. Ho capito subito quanto fosse attaccato a quell’ indagine e con quanta dedizione la portasse avanti..” Era tutto iniziato indagando sulla Banca di Cassino, ma seguendo la traccia dei soldi Mancini si ritrovo’ su una strada che portava a qualcosa di ben più grosso, una strada allora poco battuta dagli investigatori, quella del traffico di rifiuti tossici che, oggi sappiamo, è in mano alle organizzazioni criminali e ha avvelenato tanta parte del territorio italiano e non solo. “Lui aveva notato uno strano giro di soldi intorno a questa costituenda Banca di Cassino, strani movimenti, e tutto faceva capo all’ avvocato Chianese. Seguendo quei soldi Roberto si è trovato davanti a nomi di noti criminali, come Carmine Schiavone e ha capito che si stava imbattendo in  qualcosa di molto grosso e poco esplorato. Fino ad allora, infatti, nessuno sapeva che si potessero fare tanti soldi con il traffico di rifiuti tossici.” Di soldi invece, ce n’ erano in ballo una montagna ” Roberto e la sua squadra erano da soli a portare avanti quel lavoro, lui era entusiasta dei successi ma quando si sentiva abbandonato si arrabbiava. Una volta dovevano scavare i terreni sequestrati, fecero richiesta di una gru, gli vennero mandate delle pale. I rifiuti, loro sapevano, erano a venti metri sotto terra, con le pale non sarebbero mai arrivati a farli emergere.” Frustrazione, ma anche la caparbietà di andare avanti contro un nemico che conosceva ogni sua mossa “Sapevano tutto di loro, la camorra li controllava. Io avevo paura per lui. Quando uscivo Roberto mi diceva ‘prima di mettere in moto la macchina guarda sotto’, poi controlla di non vedere sempre la stessa auto dietro alla tua quando sei per strada. Mi ricordo un giorno, una grande litigata:  lui sarebbe dovuto essere a casa per le tre, alle cinque ancora non c’era e non rispondeva al cercapersone. Io mi ricordo che stiravo e piangevo, quando è rientrato mi sono arrabbiata tantissimo, io per ogni piccola anomalia pensavo fosse successo qualcosa, era una vita difficile. Ma non ho mai pensato di dirgli ‘chi te lo fa fare’, perché vedevo quanto quel lavoro era importante per lui.” Linformativa che Roberto presenta nel 1996, a chiusura delle indagini, è il primo documento che racconta questo nuovo, promettente settore degli interessi criminali: i rifiuti tossici “Lui era molto orgoglioso del suo lavoro, di quella informativa, in molti gli fecero i complimenti, ma dopo poco il suo lavoro fu accantonato, messo in un cassetto, nessuno lo approfondì.” Nel 1998 Roberto Mancini viene chiamato a collaborare come membro esterno alla Commissione d’ Inchiesta sul traffico di rifiuti, presieduta da Massimo Scalia “Ha lavorato tantissimo in quel periodo, hanno girato per tutta Europa, sulle tracce dei rifiuti tossici e radioattivi, in Germania, in Spagna, in Francia, in Finlandia,” ricorda Monika, “andavano in cave dove erano stipate le scorie radioattive, con la sola protezione di una mascherina e un camice. Oggi, Roberto è morto, e noi continuiamo a chiedere alla Camera un vero risarcimento danni. Lui credeva nel suo lavoro e nello Stato, anche se molti lo definivano ‘ingestibile’, perché era testardo. Qualcuno ha detto: ‘se avesse avuto un altro carattere avrebbe fatto una grande carriera’, ma a Roberto la grande carriera non interessava. Nel 2001, quando è stata sciolta la commissione d’ inchiesta, tutti sono tornati a fare quello che facevano prima. Roberto no, Roberto l’ hanno spedito alla Polfer, che è una specie di ‘confino’, lì non hai modo di lavorare, l’ investigazione è zero, per lui era come una punizione. Poi, per fortuna, gli hanno dato il trasferimento al Commissariato San Lorenzo. E anche lì ha avuto modo di farsi stimare.” Nel 2002 Roberto, scopre che oltre alla criminalità dovrà vedersela con un altro nemico insidioso. Si chiama linfoma nonhodgkin ed è un tumore del sangue. “Non abbiamo subito collegato la malattia al lavoro di Roberto. E’ stato un medico a farci venire il dubbio, così abbiamo fatto una perizia. Abbiamo chiesto il riconoscimento della malattia per causa di servizio. Nel 2011, da un giorno all’ altro, ci siamo trovati sul conto 5000 euro, a titolo di ‘equo indennizzo’. 5000 euro? ‘Equo’ indennizzo? Una presa in giro. E abbiamo deciso di chiedere il risarcimento danni alla Camera dei Deputati.” Nel frattempo il calvario di Roberto è andato avanti “Era una brutta bestia quella contro cui combattevamo. Un male che, una volta debellato, si ripresenta per il 90 per cento dei casi. Roberto ha affrontato la chemioterapia, l’ autotrapianto, la radioterapia, infine il trapianto dal donatore, non ha smesso mai di combattere e ha anche continuato sempre a lavorare. Era capace la mattina di andare a fare la chemio e il giorno dopo di andare a fare l’ ordine pubblico, magari in auto, ma non si è fermato mai, il suo lavoro ha voluto farlo fino a quando ha potuto, era davvero la sua vita.” Una vita che, ad oggi, per lo stato vale 5000 euro. La vita di Roberto Mancini, 30 anni in polizia a fare il suo dovere, era tutta incentrata sul lavoro e la famiglia “A lui non importavano i soldi, la carriera, lui voleva vivere, rimanere con la sua bambina.” Nel 2001 è nata Alessia, che rientra da scuola, mentre parliamo con la mamma. Alessia ha un grande sogno “Vorrebbe seguire le orme di Roberto: sta studiando il suo lavoro, l’ informativa del 1996, e le piacerebbe diventare criminologa, indagare, scavare, come ha fatto sempre suo padre.”

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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