A Roma, una giornata in ricordo di Roberto Mancini, il poliziotto-eroe della Terra dei Fuochi

“Era un grande investigatore. Il primo che ha scoperto la terra dei fuochi, che ha capito che cosa stava succedendo lì, che ha gridato per dirlo a tutti. Ha consegnato un’ informativa nel ’96 alla Procura di Napoli che purtroppo non è stata mai presa in considerazione fino a tre, quattro anni fa, quando ha iniziato a lavorarci il dottor Milita che sta andando avanti con le indagini. Per ricordare mio marito, il modo migliore è tenere sempre ben presente quello che ha fatto, perché con il suo lavoro lui ha dato la vita per lottare contro le ingiustizie e le prepotenze. Lu,i fino all’ ultimo non si è arreso, fino all’ ultimo ha gridato e lo ha fatto non per le istituzioni ma per la gente.” Con queste parole e il luccichio negli occhi, Monika Dobrowolska, 43 anni, ricorda suo marito, Roberto Mancini, il poliziotto coraggioso, che con il suo lavoro ha svelato i traffici criminali nella Terra dei Fuochi, inascoltato, molti anni prima che la questione balzasse sulle prime pagine dei giornali. Per questo lavoro, Roberto é morto il 30 aprile scorso a 51 anni, avvelenato da un linfoma nonhodgkin .  A ricordarlo insieme a Monica, in una bella mattina di autunno a Roma, sono state diverse scuole romane e campane, che si sono gemellate nel nome del suo senso civico e tante personalità istituzionali, dai vertici della polizia, agli amministratori del territorio, ai rappresentanti di associazioni come Libera e Legambiente, da sempre in prima linea su questa battaglia che con Roberto hanno lottato e lavorato. “Un uomo, un servitore dello stato che con indomita passione, e con il suo estremo sacrificio ha lasciato in dono, una grande testimonianza”, così dice la targa che dedica a Roberto Mancini il teatro della scuola elementare Saffi di Roma “Che le giovani generazioni, che si formano tra queste mura lo abbiano come modello”, si augura la targa “E’ importante coinvolgere i bambini. “, spiega Monika, “Loro sono il nostro futuro, loro fanno paura alla mafia perché se gli leviamo le nuove leve, la mafia piano piano morirà. Quindi è questo il nostro impegno: farli morire piano piano. I bambini sono il futuro anche per loro, noi glieli dobbiamo rubare,  piu’ ragazzi possibile devono capire ed essere dalla parte della legalità, dell’ ambiente, della giustizia, devono essere ‘dei nostri’.” E, tra i ragazzi che hanno scelto la ‘parte giusta’, c’è senz’ altro Alessia, la bionda figlia tredicenne di Roberto e Monika, che ha voluto parlare a nome dei coetanei. “Perdere il futuro, non è come perdere un po’ di soldi o un’ elezione, sono qui a parlare a nome delle generazioni future e dei bambini che stanno morendo di tumore, segnati sin dalla nascita. Ormai  la gente ha paura di respirare perché non sa quali sostanze chimiche contiene l’ aria.” ‘Quello che contiene l’ aria’ è stata la battaglia di suo padre per vent’ anni,’ quello che contiene l’ aria’, è costato la vita a suo padre, il suo è stato un lavoro ad alto rischio che lui ha portato avanti con caparbietà e serietà, ma che gli lasciato nel sangue un tumore che se l’ è portato via. “Roberto l’ ho conosciuto nel 1994, in questura. racconta Monika,” lui già stava lavorando con l’ anticamorra, faceva spesso su e giù con Napoli. Ho capito subito quanto fosse attaccato a quell’ indagine e con quanta dedizione la portasse avanti.” L’informativa che Roberto presenta nel 1996 è il primo documento che racconta del promettente settore degli interessi criminali: i rifiuti tossici “.”All’ inizio non ci credeva nessuno, gli dicevano ‘con tutti i traffici che ha la mafia, figurati se i occupa di immondizia!’Poi quando chiuse indagini, lui era molto orgoglioso del suo lavoro, di quella informativa, in molti gli fecero i complimenti, ma dopo poco il suo lavoro fu accantonato, messo in un cassetto, nessuno lo approfondì. ” Nel 1998 Roberto Mancini viene chiamato a collaborare come membro esterno alla Commissione d’ Inchiesta sul traffico di rifiuti,  presieduta da Massimo Scalia “Ha lavorato tantissimo in quel periodo, hanno girato per tutta Europa, sulle tracce dei rifiuti tossici e radioattivi, in Germania, in Spagna, in Francia, in Finlandia,” ricorda Monika, “andavano in cave dove erano stipate le scorie radioattive, i rifiuti tossici, ma lui credeva in quello che faceva, non aveva paura e andava avanti.” Nel 2002 Roberto scopre che, oltre alla criminalità, dovrà vedersela con un altro nemico insidioso. Si chiama linfoma nonhodgkin ed è un tumore del sangue. ” Era una brutta bestia quella contro cui combattevamo. Un male che, una volta debellato, si ripresenta per il 90 per cento dei casi. Roberto ha affrontato la chemioterapia, l’ autotrapianto, la radioterapia, infine il trapianto dal donatore, non ha smesso mai di combattere e ha anche continuato sempre a lavorare. Il suo lavoro ha voluto farlo fino a quando ha potuto, era davvero la sua vita. E lo avrebbe fatto anche se avesse saputo che sarebbe morto per questo” Quando morì, un quotidiano titolo’ “E’ morto Roberto Mancini, il poliziotto che parlo’ di Terra dei Fuochi mentre noi dormivamo”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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