I 70 anni di Catherine Spaak

Pubblicato su “Vero”

Anche per una donna che è stata per anni l’ icona della giovane ribelle e maliziosa, gli anni passano e arriva un traguardo ragguardevole, quello delle settanta candeline. E’ quello che accade in questi giorni alla splendida Catherine Spaak. Quando arrivò in Italia a diciassette anni per recitare la parte della lolita ne “I dolci inganni” di Alberto Lattuada, si capì subito che quella ragazzina era perfetta per incarnare la gioventù inquieta presessantottina e insieme un nuovo modello di fanciulla, non più timorosa del mondo ma consapevole e padrona di sé stessa e dei desideri che riusciva a suscitare. Il fatto che la Spaak, giovane inquieta lo fosse veramente, era, ovviamente, un elemento che rafforzava ancor di più il personaggio. Continua a leggere

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Tomas Milian: lacrime e premi per il suo ritorno a Roma

Un diluvio di parole, emozioni, racconti di vita vissuta con la voce che si interrompe per la commozione e poi riparte. Sono ricordi e dolori, avventure e follie, vittorie e sconfitte quelle che racconta Tomas Milian ora che torna in Italia, a Roma, per ricevere un premio alla carriera, dopo tanto tempo e si racconta con una sincerità disarmante, a partire dall’ evento tragico che ha segnato tutta la sua vita: il suicidio del padre. Continua a leggere

Romina Power torna al cinema

Pubblicato su “Chi”

“Una donna che si porta dentro per tanti anni un dolore insuperabile, la sua tragedia e quella dei suoi cari, della sua famiglia. La mia esperienza umana, diversa, maturata in altre circostanze, mi ha fatto sentire vicina a Italia. So cosa vuol dire convivere con la sofferenza e ho capito subito questa donna. Era il personaggio che aspettavo da una vita.” Per questo Romina Power, a 61 anni, dopo molto tempo, ha scelto di tornare a fare cinema, cimentandosi in un ruolo forte e complesso, una donna che soffre e nella cui travagliata esperienza l’ attrice e cantante si é tuffata senza risparmiarsi: per esigenze di scena la vedremo invecchiata (il suo personaggio, Italia ‘adulta’, ha circa 70 anni ndr) e la sentiremo parlare un perfetto dialetto veneto. Un’ immagine lontana anni luce da quella che siamo abituati ad associarle da anni, una scelta coraggiosa, quella di partecipare ad un film, “Il segreto” di Antonello Belluco, che già in fase di preparazione è stato oggetto di poemiche perché racconta di un episodio doloroso e ‘scabroso’: la strage di Codevigo, un paesino veneto, in cui i partigiani uccisero 136 persone, uomini e donne, ritenute colluse con i fascisti, a guerra già finita. Una delle tante ferite dolorose di questo paese, e che inevitabilmente, ogni volta che vengono riaperte e se ne parla, provocano reazioni forti. Continua a leggere

Paolo Virzì: “Non ho paura di Avatar perchè racconto l’ umanità”

Lucciconi agli occhi per il nuovo film di Paolo Virzì, “La prima cosa bella”, un lungo racconto famigliare che si snoda dagli anni ’70 ai giorni nostri. “Non si fa in tempo a ridere che subito si piange, proprio come ci si aspetta da un film della migliore commedia all’ italiana” dice contenta una delle protagoniste, Stefania Sandrelli. Per Valerio Mastandrea, protagonista maschile “E’ una grande storia che parla dell’ amore piu’ difficile da affrontare e da riconoscere, quello tra madre e figlio. Io, in trentotto anni, avro’ detto ‘ti voglio bene’ a mia madre non piu’ di tre volte. E invece, quello che si capisce bene anche qui è che quella è la formula- base dell’ amore” mentre per Marco Messeri, un altro dei componenti il nutrito cast della pellicola, “Il film racconta lo strazio di cuori che fanno scintille sfregandosi, una storia universale.” Anche il regista toscano è contento del suo lavoro. La pellicola é uscita in 400 sale il 15 gennaio, lo stesso giorno dell’ attesissimo kolossal made in U.S:“Avatar”. Ma Paolo Virzì non si spaventa ed è pronto a giocarsela con le armi che sa usare meglio: “ Inutile nasconderci, su un certo tipo di cinema non possiamo metterci in competizione con gli americani  ma non ho paura degli ‘omini blu’ anzi, andro’ a vedere ‘Avatar’, perché, da quello che mi dicono, è un film interessante. Sono contento che si possa scegliere tra due prodotti così diversi come il mio e quello di Cameron. Gli americani sono bravissimi con gli effetti speciali e noi dobbiamo puntare a fare quello che ci viene meglio: raccontare l’ umanità. In questo campo non temiamo rivali…anche se l’ idea di fare uscire parte delle copie di ‘La prima cosa bella’ in 3D ce l’ ho avuta.” (ride)

Quanto c’è di autobiografico nel film?

“ Qualcosa. Come sempre, facendo questo lavoro, si cerca di pescare nel vissuto,  quindi anche in questa pellicola c’è molto di mio, a cominciare da Livorno, la mia città. C’è però naturalmente anche molto di romanzesco. Mia mamma non assomiglia affatto alla Anna del film, però veniva sul set tutti i giorni a portare la schiacciata. Durante la lavorazione e’ stato tutto un mescolarsi di vissuto e di racconto.”

Come si è trovato con questo cast pieno di personalità e talenti?

“Il film è riuscito perché  ho avuto a disposizione un coro di grandi attori. Ho avuto a che fare con tutte persone di talento. Per quanto riguarda il cast l’ unica difficoltà è stata il puzzle delle somiglianze tra gli attori che interpretavano gli stessi personaggi in età diverse. Ma ormai la ricerca di volti nuovi tra i non- professionisti è diventata il mio pane quotidiano e anche in questo ce la siamo cavata.”

E’ soddisfatto del risultato?

“C’è molta gioia in questo film, ed è quello che volevo. Leggerezza, anche nei passaggi piu’ drammatici. La scena finale, per esempio, il confronto che risolve tutto il film, a leggerla sul copione era triste, straziante ma quelli sono toni che  volevo evitare e infatti girando ci siamo morti dalle risate. Ci siamo ubriacati, io e la Sandrelli. A me m’ ha preso la sbronza triste, lei invece rideva come una matta e siamo riusciti a fare quella scena proprio come la volevo io, con questo personaggio incarnazione della gioia di vivere fino all’ ultimo un po’ stordito dalla morfina, un po’coerente alla sua incosicenza.”

Si è parlato di questo film come dell’ “Amarcord” livornese

“Dentro ‘La prima cosa bella’ c’è innanzitutto il desiderio di rifar pace con la vita. Quando c’è sfiducia e ci si sente ‘in esilio’ ovunque, si sente la necessità di tornare ad un luogo sicuro, da cui ripartire ma non volevo e non credo di aver fatto un film nostalgico perché la nostalgia non è un sentimento che mi appartiene. La definizione di “Amarcord livornese” non mi piace, non la trovo appropriata. Il passato che racconto non è in alcun modo edulcorato o idealizzato. Non è un’ elegia. Questa famiglia conosce la violenza, la solitudine.”

Eppure è un film che comunica amore per la vita

“Tutto l’ incanto e l’ innocenza sono concentrati nel personaggio di Anna, questa madre forte, vitale e imbarazzante, incosciente e fiduciosa, continuamente raggirata ma che ‘se ne frega’ e continua a prendere la vita come viene. Il mio è un omaggio alla forza e alla follia di certe donne, è il racconto dell’ unione con i figli che è così forte da fare male ma che è tale perchè è la loro unica protezione. “Devi essere piu’ fiducioso”, ripete in continuazione Anna al figlio Bruno, ed è quello il suo modo di proteggerli, trasmettere la fiducia nella vita, anche quando la realtà si fa piu’ dura.”

Qualcuno si è stupito che in questa pellicola non ci sia niente di ‘politico’

“La politica, come cittadino mi interessa e non ho mai nascosto le mie simpatie, però i miei film non sono ‘politici’, parlano di noi, della nostra società. In politica io sono un naiv, posso essere un testimone, posso raccontare storie, ma niente di piu’.”

 

 

 

 

James Ivory: “Io, sempre straniero”

Se si chiede a James Ivory  qual è il filo rosso che lega i libri che ha scelto perché diventassero suoi film, lui non ha dubbi: “Un filo c’è. Gran parte dei miei film e dei libri che li hanno ispirati hanno per protagonista un estraneo rispetto al luogo o all’ambiente in cui si svolge la narrazione. Io amo moltissimo questa prospettiva. Adoro  viaggiare e sentirmi sempre straniero, estraneo, in altri luoghi.”

E in effetti, nei suoi film troviamo una ragazza annoiatissima della sua tranquilla vita nelle campagne inglesi che viene a farsi un giretto in Italia e scopre, sotto il sole straniero della Toscana, la passione e la vita (“Camera con vista”); una borghese progressista che riceve in eredità da un’amica  una meravigliosa magione,  sottratta alla ricca e conservatrice famiglia di lei, i Wilcox,  che non si fanno una ragione di come la moglie- madre abbia potuto lasciare ad una perfetta estranea, oltretutto piuttosto eccentrica, un bene (immobile) di famiglia (“Casa Howard”); c’è un maggiordomo che ha servito per più di trent’anni con ossequio e fedeltà un ricco uomo d’affari americano, ma in quell’estate del 1958, allontanandosi per un week-end dalla cupa Darlinghton Hall, si  rende conto che la persona per cui ha lavorato con abnegazione per molto tempo in realtà è un estraneo, mai veramente conosciuto (“Quel che resta del giorno”), e uno scrittore  americano che  vive a Parigi tra gli anni ’60 e ’70 e  sperimenta la diffidenza reciproca che caratterizza i rapporti tra il mondo fancese e quello statunitense (“La figlia di un soldato non piange mai”), solo per citarne alcuni.

Lo stesso James Ivory viene definito dalla critica “il più europeo dei registi americani”, con una formula che sottolinea appunto la sua diversità per sensibilità e temi rispetto all’industria hollywoodiana.

Il regista parla dei suoi lavori e dello speciale rapporto che lega il suo cinema alla letteratura.

 

 

Lei è l’unico regista contemporaneo capace di prendere grandi opere letterarie e tirarne fuori dei film al’altezza. Un po’ come faceva il nostro Visconti. Trova giusto il paragone?

Innanzitutto credo che molti dei testi che ho reso film non siano grande letteratura in senso assoluto ma lo sono per me. Sono tutti libri che ho amato profondamente. E’ vero, spesso il mio lavoro viene paragonato a quello di  Visconti ma io non mi ritengo all’altezza di questo grande maestro.

 

Nella stragrande maggioranza dei suoi film, lei si è affidato alla stessa sceneggiatrice, Ruth Prawer Jhabwala, un sodalizio lungo e prolifico, che tipo di rapporto si è creato nel vostro lavoro?

Henry James diceva che ogni  uomo deve andare a scuola da una donna piu’ abile, questo è stato anche il mio caso. Ruth è innanzitutto una brava scrittrice, scrive degli ottimi romanzi e forse per questo non ha paura di applicarsi ad adattare dei libri cosi’ famosi al grande schermo, anche modificandone qualcosa per tirar fuori da grandi opere letterarie, buoni film. Il suo lavoro è stato fondamentale per il mio.

 

Lei è diventato molto conosciuto da noi nel 1985, quando uscì “Camera con vista”, pellicola che, tra l’altro, vanta il record di durata in cartellone nelle sale cinematografiche italiane. Si può dire che quel film è un ottimo esempio di come i suoi lavori riescano a rappresentare il non-detto, necessario nel salto dalla letteratura al cinema?

In effetti questa rappresentazione del non-detto rientra nelle difficoltà che si incontrano nel lavoro di adattamento di un romanzo al grande schermo. Quando hai per le mani un libro pieno di dialoghi profondi e brillanti e devi scegliere quali mettere e quali no bè, quello è un vero rompicapo. Con Forster ho dovuto eliminare circa l’80% dei dialoghi. Per la riuscita dell’operazione diventa fondamentale il lavoro degli attori, che avendo a che fare con un dialogo piu’ serrato e concentrato devono riuscire a comunicare in pochissime battutte anche le riflessioni e i passaggi emotivi tagliati nel testo.

 

Nella trasposizione cinematografica de “Il Gattopardo”, Luchino Visconti, scelse di tagliare gli ultimi due capitoli del libro. Lei come si pone rispetto al problema del tradimento o del rispetto assoluto della base letteraria da cui parte?

Io parto sempre da un atteggiamento di rispetto assoluto del libro che prendo in considerazione, ma il mio lavoro è fare film. Molto spesso sono necessarie delle modifiche ai testi , anche nei finali. A volte ci sono passaggi nei romanzi a cui servono dei cambiamenti per diventare digeribili al cinema.

A me è successo di dover modificare il finale de “I Bostoniani” perchè lo ritenevo troppo  poco cinematografico. E a distanza di anni ritengo ancora che quella sia stata la scelta giusta.

 

I suoi film sembrano molto faticosi da scrivere e da mettere in scena, è così?

E’ vero, sono faticosi, anche fisicamente, soprattutto allla mia età (80anni). Ma c’è da dire che questo è il mio mestiere e la mia passione e solo quando giro mi sento vivo. Mi è capitato di girare anche per 12 settimane consecutive, era faticoso ma non mi sentivo stanco.

 

Tra tutti i suoi film ce ne è uno che ama in modo particolare?

Sono molto legato a “Mr e Mrs Bridge”. E’ il mio film più autobiografico. Io sono cresciuto in una città della provincia americana come quella dove abita la famiglia del film e mio padre somigliava molto a Mr Bridge. Ho sempre amato questo film, anche la sua realizzazione è stata molto particolare. Innanzitutto la base letteraria è un’unione di due romanzi diversi: “Mrs Bridge” e “Mr Bridge”. “Mrs Bridge” lo trovai una mattina di molti anni fa a Calcutta e lo lessi mentre ero sul treno per Dehli, lo trovai subito un libro meraviglioso, lo passai alla mia sceneggiatrice che lo trovo’ anch’essa un libro meraviglioso ma un film impossibile da fare e l’ idea fu accantonata. Molti anni dopo mi trovavo a cena a casa di Paul Newman e  Joanne Woodward, la moglie, mi racconto’ che era in procinto di girare una versione di “Mrs Bridge” per la televisone,a quel punto rispolverai la mia vecchia idea e le proposi di pensare ad una versione per il cinema e Paul Newman si offri’ di diventare l’altra parte, il protagonista di “Mr Bridge”. Così, dopo 15 anni dal primo incontro con “Mrs Bridge”, ci mettemmo al lavoro con Ruth che era entusiasta: adattare contemporaneamente in un film ben due romanzi, una vera sfida! A tutt’ora lo giudica uno dei suoi lavori più riusciti, e così io.

 

C’è un film di altri autori che per lei è stato particolare fonte di ispirazione?

“Via col vento”. E’ il film che mi ha fatto capire che cosa è il cinema. Nel 1939, quando uscì, avevo 11 anni. E’ per me parametro di eccellenza, da molti punti di vista. Tecnicamente è un film rivoluzionario. Il sonoro era stato inventato solo da 10 anni, il technicolor da 5 e ciò che ne è venuto fuori è qualcosa di straordinario. Le arti decorative applicate al cinema, la scenografia, la fotografia, i costumi, ma anche gli effetti speciali, qui raggiungono già livelli altissimi. Dal punto di vista emotivo poi, sono legato a questo film perché mia madre veniva dal Sud e suo nonno aveva combattuto con l’esercito confederato e a casa mia si sentivano spesso storie sulla guerra civile. E che dire dell’epica della storia, dell’intreccio, dei personaggi? Certo, c’erano delle imperfezioni: quella recitazione cosi’ sopra le righe è qualcosa che io oggi non accetterei in nessuno dei miei film ma tutto sommato si tratta davvero di un lavoro eccezionale.

Quando io cominciai a fare film era una pietra di paragone fondamentale, al pari del cinema di Griffith. Negli ambienti chic hollywoodiani oggi, “Via col vento”, è ingiustamente ricordato tra i sorrisi, solo per singole battute come “Francamente me ne infischio.” E qualcuno dei registi di oggi non lo ha nemmeno mai visto…

 

Lei ama molto Fellini, ma dai suoi film, davvero non si direbbe

Lo amo moltissimo, sono anche andato a cercarmi i suoi primissimi lavori, introvabili negli Stati Uniti. E nei miei film, quando ogni tanto compare una nota di eccessivo o di inconsueto bè, senz’altro, nel girare il mio pensiero è andato a Fellini

 

Visconti, Fellini, ma il cinema italiano contemporaneo? Conosce gli ultimi 3 registi italiani vincitori dell’Oscar, Salvatores, Tornatore e Benigni?

Benigni lo ho apprezzato molto, ero in giuria l’anno che “La Vita è bella” vinse l’Oscar e votai per lui. Gli altri due non so chi siano…