La guardia svizzera chef svela i segreti della tavola dei Papi

Pubblicato su “Diva e donna”

“Ah, le empanadas, che buone!”, così Papa Francesco, noto, tra le altre cose, anche per l’ amore per la buona tavola, ha esclamato, guardando il suo piatto preferito, i tipici fagottini di carne argentini, descritti nel libro “Buon Appetito!” Non un semplice ricettario, ma un vero scrigno di tesori per i curiosi di cose vaticane e gli amanti della buona tavola. Cosa si mangia oltre Porta s. Anna? Quali sono le pietanze più amate da Papa Francesco? Cosa mangia più volentieri, invece, il Papa Emerito Joseph Ratzinger? E il suo fido segretario, arcivescovo George Gänswein? Stiamo per fare un viaggio nei segreti culinari dei Sacri Palazzi, guidati da un ‘insider’ molto particolare Continua a leggere

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Dario Argento racconta in un libro la sua vita ‘da Paura’

Una vita ‘da birivido’, quella di Dario Argento, maestro del cinema del terrore,74 anni, che decide ora di raccontarla in un libro, la sua prima autobiografia, edita da Einaudi che non poteva che intitolarsi “Paura!”. Il volume è uscito alla vigilia della settimana piu’ terrificante dell’ anno, quella di Halloween, in tutte le librerie, e racconta un’ esistenza piena di amore per il cinema e non solo. Tanti aneddoti, e tanta vita vissuta: momenti belli e momenti bui, raccontati con una sincerità disarmante. Continua a leggere

Erri De Luca: “La rivoluzione nasce dalla vergogna”

“Non mi definisco uno scrittore ma solo uno che scrive storie. Il termine scrittore per me, è troppo carico di professionalità, mi fa pensare a un ingegnere delle parole, uno che crea su richiesta del cliente. Io invece scrivo solo storie mie e di persone che ho incontrato nella vita. Parlo solo di fatti miei, secondo le mie necessità”. Erri De Luca, autore napoletano, descrive così il rapporto con la scrittura, il suo attuale mestiere. Prima di essere uno che scrive storie, del resto, è stato molte altre cose: un’ operaio, un camionista, un volontario internazionale, un traduttore della Bibbia, uno di Lotta Continua. La vocazione alla scrittura l’ha scoperta intorno ai quarant’anni e, da allora, non l’ha piu’ trascurata.

 

Come nasce la sua voglia di raccontare?
Dall’abitudine ad ascoltare racconti dentro casa. La voce, per me, e l’orecchio che l’incontra, rimangono i primitivi organi della comunicazione. I miei primi ricordi infantili sono le voci degli adulti che raccontavano le storie legate alla più grande catastrofe dellumanità, la seconda guerra mondiale. Ne parlavano in continuazione, soprattutto le donne che erano state le testimoni di quello che aveva passato Napoli in quegli anni mentre gli uomini erano in guerra.

 

Quali sono invece i suoi primi ricordi legati alla parola scritta?

C’era una grande stanza a casa mia, piena di libri. Io vengo da una famiglia borghese la cui fortuna venne però azzerata dalla guerra. Tracce del passato rimasero nella passione di mio padre per i libri e in quella stanza. Quella era la stanza migliore della casa, la più tranquilla, la meno aggredita dalle turbolenze e dal chiasso della città del dopoguerra. Napoli allora era la città a più alta densità abitativa d’ Europa, si era in tantissimi e tutti rumorosi.
Che cosa ha imparato in quella stanza piena di libri?
I libri servono a isolarsi e a tenersi compagnia. Sono convinto che quando si è troppo giovani troppi libri siano pericolosi. Producono un isolamento volontario: se sei troppo piccolo, leggendo ti senti potente. I libri mettono a nudo le debolezze e le inquietudini degli esseri umani, degli adulti, che fuori sembrano grandi, sicuri, invincibili. I libri parlano delle tribolazioni e delle insicurezze, di quello che c’è dentro di loro, leggendo ti rendi conto che anche i grandi sono deboli e possono vacillare. E questa consapevolezza ti fa sentire potente.
Per tutta la mia vita i libri sono stati una compagnia insostituibile ma anche una grande consolazione. Scoprire, leggendo, che esistono parole, strumenti capaci di esprimere e spiegare quello che ti succede intorno è stato sempre un gran conforto.
C’è differenza tra l’isolamento di cui parlava e la solitudine?
Penso che la solitudine non esista. Ognuno di noi quando è solo, non lo è mai totalmente perchè si trova in realtà con una folla di persone, “assenti ingiustificati” li chiamo io: le perdite, o anche solo le lontananze, vengono ad affollare le nostre ore solitarie. La vera solitudine, forse, è raggiungibile attraverso la meditazione, ma di queste cose non sono un grande esperto. L’isolamento, invece, è l’atto volontario e consapevole di evitare il contatto con la vita. E ogni tanto fa bene porsi in una dimensione di distacco dal contesto.

Un libro che lei ama e traduce, da non credente, è la Bibbia, perchè l’attrae questo testo?
Intorno ai trent’anni mi sono trovato in un deserto. Facevo l’operaio a Mirafiori, la comunità di cui mi sentivo parte, quella nata dalle lotte della sinistra rivoluzionaria, si era disgregata, non c’ era più. In questo momento di smarrimento decisi di partire per un progetto umanitario in Tanzania. Avevo la missione di piantare delle pale eoliche su un pozzo. Lì, per passare il tempo, trovai solo una Bibbia. Il mio rapporto con i libri allora era cambiato: ero stufo di letteratura, di storie inventate e create secondo i gusti presupposti del pubblico- cliente. Quando trovai la Bibbia quello che mi affascinò fu il fatto che non era letteratura. Era un libro scritto per sé stesso non per i lettori. Parlava di una divinità e del gruppo di riferimento a cui questa divinità si rivolgeva. Nessuno avrebbe mai potuto identificarsi in quella storia o in quei personaggi. Eppure quel libro è diventato la base della cultura occidentale. Mentre i Vangeli erano storie ebraiche scritte in greco per essere più facilmente veicolate nella lingua allora più diffusa nel mondo conosciuto, la Bibbia è scritta in ebraico antico, indizio ulteriore che quella non era una storia nata per essere venduta. E da quella lingua, ancora oggi traduco io, lettore superficiale, come traducono i teologi. A me ha dato un motivo di interesse per svegliarmi la mattina. Presi l’abitudine, che conservo tuttora, di ritagliarmi un’ora di lettura delle Sacre Scritture, prima di andare al lavoro ed essere ingoiato dalle fatiche della giornata.

I suoi libri sono pieni di Napoli, che rapporto ha con la sua città?
Sono un napoletano atipico per indole e per caratteristiche fisiche. Ho preso i miei colori come anche il mio nome da una nonna americana. La Napoli della mia infanzia, nel dopoguerra, era una servitù della VI flotta degli Stati Uniti. Una città dove si mangiava una volta al giorno, pullulava di bordelli, fioriva il mercato nero e i troppi bambini erano un enorme problema per gli adulti, visti come parassiti che prima si tenevano in piedi da soli e prima potevano trovare modo di procurarsi da mangiare. Una città affollata e chiassosa. Ma a Napoli ho avuto la mia educazione sentimentale: lì ho conosciuto la collera, la comprensione e quello che secondo me è il sentimento rivoluzionario per eccellenza: la vergogna.

La rivoluzione nasce dalla vergogna?
Secondo me sì. La vergogna è un sentimento politico molto forte. Anche la collera, ma questa ha la miccia corta, può avere grande intensità ma dura poco, svanisce presto. La vergogna invece ti tormenta, ti si appiccica addosso e a un certo punto non ne puoi più. La mia generazione si è formata nella vergogna, è stato innanzitutto questo sentimento che ci ha portato alla ribellione e alla ricerca di risposte alternative.

Che giudizio dà, oggi, delle sue esperienze politiche giovanili?
In Italia c’è stata una vera sinistra rivoluzionaria che si è presa la responsabilità di tentare di cambiare le cose. Io sono leale rispetto alle mie esperienze passate e sono fortemente solidale con tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di rimanere leali con quella parte della loro vita, pagando prezzi altissimi. All’epoca c’era da fare una scelta, l’alternativa era disertare. Solone dice che dopo una guerra civile segue una necessaria conciliazione in cui, quelli che andrebbero banditi dalla polis non dovrebbero essere i vinti, come capitava anche all’epoca, ma coloro che nel momento delle lotte non si erano schierati, quelli che erano stati alla finestra, ad aspettare di vedere chi sarebbe stato il vincitore per poi accodarcisi. Sono del tutto d’accordo.

Nella guerra di trent’anni fa voi siete stati i vinti?
Il significato che si attribuisce generalmente ai termini “vincitore” e “vinto” non mi appartiene. Ho scritto un testo teatrale, “Chisciotte e gli invincibili”, il succo è: i veri vincitori non sono quelli che vincono, sono quelli che quando cadono si rialzano una volta e un’altra e un’altra. Quelli non sono solo vincitori, sono qualcosa di più, sono invincibili perchè non li puoi battere mai.

 

 

James Ivory: “Io, sempre straniero”

Se si chiede a James Ivory  qual è il filo rosso che lega i libri che ha scelto perché diventassero suoi film, lui non ha dubbi: “Un filo c’è. Gran parte dei miei film e dei libri che li hanno ispirati hanno per protagonista un estraneo rispetto al luogo o all’ambiente in cui si svolge la narrazione. Io amo moltissimo questa prospettiva. Adoro  viaggiare e sentirmi sempre straniero, estraneo, in altri luoghi.”

E in effetti, nei suoi film troviamo una ragazza annoiatissima della sua tranquilla vita nelle campagne inglesi che viene a farsi un giretto in Italia e scopre, sotto il sole straniero della Toscana, la passione e la vita (“Camera con vista”); una borghese progressista che riceve in eredità da un’amica  una meravigliosa magione,  sottratta alla ricca e conservatrice famiglia di lei, i Wilcox,  che non si fanno una ragione di come la moglie- madre abbia potuto lasciare ad una perfetta estranea, oltretutto piuttosto eccentrica, un bene (immobile) di famiglia (“Casa Howard”); c’è un maggiordomo che ha servito per più di trent’anni con ossequio e fedeltà un ricco uomo d’affari americano, ma in quell’estate del 1958, allontanandosi per un week-end dalla cupa Darlinghton Hall, si  rende conto che la persona per cui ha lavorato con abnegazione per molto tempo in realtà è un estraneo, mai veramente conosciuto (“Quel che resta del giorno”), e uno scrittore  americano che  vive a Parigi tra gli anni ’60 e ’70 e  sperimenta la diffidenza reciproca che caratterizza i rapporti tra il mondo fancese e quello statunitense (“La figlia di un soldato non piange mai”), solo per citarne alcuni.

Lo stesso James Ivory viene definito dalla critica “il più europeo dei registi americani”, con una formula che sottolinea appunto la sua diversità per sensibilità e temi rispetto all’industria hollywoodiana.

Il regista parla dei suoi lavori e dello speciale rapporto che lega il suo cinema alla letteratura.

 

 

Lei è l’unico regista contemporaneo capace di prendere grandi opere letterarie e tirarne fuori dei film al’altezza. Un po’ come faceva il nostro Visconti. Trova giusto il paragone?

Innanzitutto credo che molti dei testi che ho reso film non siano grande letteratura in senso assoluto ma lo sono per me. Sono tutti libri che ho amato profondamente. E’ vero, spesso il mio lavoro viene paragonato a quello di  Visconti ma io non mi ritengo all’altezza di questo grande maestro.

 

Nella stragrande maggioranza dei suoi film, lei si è affidato alla stessa sceneggiatrice, Ruth Prawer Jhabwala, un sodalizio lungo e prolifico, che tipo di rapporto si è creato nel vostro lavoro?

Henry James diceva che ogni  uomo deve andare a scuola da una donna piu’ abile, questo è stato anche il mio caso. Ruth è innanzitutto una brava scrittrice, scrive degli ottimi romanzi e forse per questo non ha paura di applicarsi ad adattare dei libri cosi’ famosi al grande schermo, anche modificandone qualcosa per tirar fuori da grandi opere letterarie, buoni film. Il suo lavoro è stato fondamentale per il mio.

 

Lei è diventato molto conosciuto da noi nel 1985, quando uscì “Camera con vista”, pellicola che, tra l’altro, vanta il record di durata in cartellone nelle sale cinematografiche italiane. Si può dire che quel film è un ottimo esempio di come i suoi lavori riescano a rappresentare il non-detto, necessario nel salto dalla letteratura al cinema?

In effetti questa rappresentazione del non-detto rientra nelle difficoltà che si incontrano nel lavoro di adattamento di un romanzo al grande schermo. Quando hai per le mani un libro pieno di dialoghi profondi e brillanti e devi scegliere quali mettere e quali no bè, quello è un vero rompicapo. Con Forster ho dovuto eliminare circa l’80% dei dialoghi. Per la riuscita dell’operazione diventa fondamentale il lavoro degli attori, che avendo a che fare con un dialogo piu’ serrato e concentrato devono riuscire a comunicare in pochissime battutte anche le riflessioni e i passaggi emotivi tagliati nel testo.

 

Nella trasposizione cinematografica de “Il Gattopardo”, Luchino Visconti, scelse di tagliare gli ultimi due capitoli del libro. Lei come si pone rispetto al problema del tradimento o del rispetto assoluto della base letteraria da cui parte?

Io parto sempre da un atteggiamento di rispetto assoluto del libro che prendo in considerazione, ma il mio lavoro è fare film. Molto spesso sono necessarie delle modifiche ai testi , anche nei finali. A volte ci sono passaggi nei romanzi a cui servono dei cambiamenti per diventare digeribili al cinema.

A me è successo di dover modificare il finale de “I Bostoniani” perchè lo ritenevo troppo  poco cinematografico. E a distanza di anni ritengo ancora che quella sia stata la scelta giusta.

 

I suoi film sembrano molto faticosi da scrivere e da mettere in scena, è così?

E’ vero, sono faticosi, anche fisicamente, soprattutto allla mia età (80anni). Ma c’è da dire che questo è il mio mestiere e la mia passione e solo quando giro mi sento vivo. Mi è capitato di girare anche per 12 settimane consecutive, era faticoso ma non mi sentivo stanco.

 

Tra tutti i suoi film ce ne è uno che ama in modo particolare?

Sono molto legato a “Mr e Mrs Bridge”. E’ il mio film più autobiografico. Io sono cresciuto in una città della provincia americana come quella dove abita la famiglia del film e mio padre somigliava molto a Mr Bridge. Ho sempre amato questo film, anche la sua realizzazione è stata molto particolare. Innanzitutto la base letteraria è un’unione di due romanzi diversi: “Mrs Bridge” e “Mr Bridge”. “Mrs Bridge” lo trovai una mattina di molti anni fa a Calcutta e lo lessi mentre ero sul treno per Dehli, lo trovai subito un libro meraviglioso, lo passai alla mia sceneggiatrice che lo trovo’ anch’essa un libro meraviglioso ma un film impossibile da fare e l’ idea fu accantonata. Molti anni dopo mi trovavo a cena a casa di Paul Newman e  Joanne Woodward, la moglie, mi racconto’ che era in procinto di girare una versione di “Mrs Bridge” per la televisone,a quel punto rispolverai la mia vecchia idea e le proposi di pensare ad una versione per il cinema e Paul Newman si offri’ di diventare l’altra parte, il protagonista di “Mr Bridge”. Così, dopo 15 anni dal primo incontro con “Mrs Bridge”, ci mettemmo al lavoro con Ruth che era entusiasta: adattare contemporaneamente in un film ben due romanzi, una vera sfida! A tutt’ora lo giudica uno dei suoi lavori più riusciti, e così io.

 

C’è un film di altri autori che per lei è stato particolare fonte di ispirazione?

“Via col vento”. E’ il film che mi ha fatto capire che cosa è il cinema. Nel 1939, quando uscì, avevo 11 anni. E’ per me parametro di eccellenza, da molti punti di vista. Tecnicamente è un film rivoluzionario. Il sonoro era stato inventato solo da 10 anni, il technicolor da 5 e ciò che ne è venuto fuori è qualcosa di straordinario. Le arti decorative applicate al cinema, la scenografia, la fotografia, i costumi, ma anche gli effetti speciali, qui raggiungono già livelli altissimi. Dal punto di vista emotivo poi, sono legato a questo film perché mia madre veniva dal Sud e suo nonno aveva combattuto con l’esercito confederato e a casa mia si sentivano spesso storie sulla guerra civile. E che dire dell’epica della storia, dell’intreccio, dei personaggi? Certo, c’erano delle imperfezioni: quella recitazione cosi’ sopra le righe è qualcosa che io oggi non accetterei in nessuno dei miei film ma tutto sommato si tratta davvero di un lavoro eccezionale.

Quando io cominciai a fare film era una pietra di paragone fondamentale, al pari del cinema di Griffith. Negli ambienti chic hollywoodiani oggi, “Via col vento”, è ingiustamente ricordato tra i sorrisi, solo per singole battute come “Francamente me ne infischio.” E qualcuno dei registi di oggi non lo ha nemmeno mai visto…

 

Lei ama molto Fellini, ma dai suoi film, davvero non si direbbe

Lo amo moltissimo, sono anche andato a cercarmi i suoi primissimi lavori, introvabili negli Stati Uniti. E nei miei film, quando ogni tanto compare una nota di eccessivo o di inconsueto bè, senz’altro, nel girare il mio pensiero è andato a Fellini

 

Visconti, Fellini, ma il cinema italiano contemporaneo? Conosce gli ultimi 3 registi italiani vincitori dell’Oscar, Salvatores, Tornatore e Benigni?

Benigni lo ho apprezzato molto, ero in giuria l’anno che “La Vita è bella” vinse l’Oscar e votai per lui. Gli altri due non so chi siano…