Da Sud arriva l’ antimafia ‘creativa’

Pubblicato su “Stop”

Antimafia, giovane e creativa, per smuovere le coscienze e allargare la partecipazione contro la criminalità organizzata. E’ quello che si propone, dalla sua sede nel cuore del Pigneto, quartiere della movida romana, una combattiva associazione, ‘daSud’ che anni prima del terremoto giudiziario ‘Mondo di mezzo’ aveva iniziato a raccontare il radicamento delle mafie a Roma, quelle ‘tradizionali’ e la neoemersa Mafia Capitale. Continua a leggere

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A Roma, una giornata in ricordo di Roberto Mancini, il poliziotto-eroe della Terra dei Fuochi

“Era un grande investigatore. Il primo che ha scoperto la terra dei fuochi, che ha capito che cosa stava succedendo lì, che ha gridato per dirlo a tutti. Ha consegnato un’ informativa nel ’96 alla Procura di Napoli che purtroppo non è stata mai presa in considerazione fino a tre, quattro anni fa, quando ha iniziato a lavorarci il dottor Milita che sta andando avanti con le indagini. Per ricordare mio marito, il modo migliore è tenere sempre ben presente quello che ha fatto, perché con il suo lavoro lui ha dato la vita per lottare contro le ingiustizie e le prepotenze. Lu,i fino all’ ultimo non si è arreso, fino all’ ultimo ha gridato e lo ha fatto non per le istituzioni ma per la gente.” Con queste parole e il luccichio negli occhi, Monika Dobrowolska, 43 anni, ricorda suo marito, Roberto Mancini, il poliziotto coraggioso, che con il suo lavoro ha svelato i traffici criminali nella Terra dei Fuochi, inascoltato, molti anni prima che la questione balzasse sulle prime pagine dei giornali. Continua a leggere

Gaspare Mutolo: “Vi dico io chi sono i mafiosi”

Pubblicato su “Diva e donna”

 

“‘Chi non ha paura di morire, muore una volta sola’. Lo diceva il giudice Falcone e questa frase, io l’ ho fatta mia.”. Gaspare Mutolo non ha paura di morire e a 70 anni inizia una nuova vita, per dimenticare la precedente. Dopo essere stato prima fuorilegge, narcotrafficante, mafioso e poi pentito, si è reinventato pittore. Tele, tavolozza e colori vivaci riempiono oggi le sue giornate, che un tempo erano tinte del nero del crimine. “Quando dipingo, spesso mi commuovo. Per me la pittura è un amore, una passione, mi dà tanto.” dice guardando i suoi quadri che, fino al trenta aprile saranno esposti alla Galleria Monserrato Arte ‘900, a Roma (“Ma il mio sogno sarebbe riuscire ad esporre a Palermo. Ho degli amici che stanno lavorando per realizzarlo.’Sarebbe una vittoria per lo Stato’, mi dicono.”). I paesaggi raccontano della sua terra, la Sicilia:il sole, il mare, i fichi d’ India, le campagne ma soprattutto i tetti, i palazzi bassi bassi,  ‘e casuzze’ dei pescatori di Partanna Mondello, dov’è cresciuto. Mutolo si è scoperto pittore nel1982, in carcere, a Sollicciano. “Mi insegnò un tale Mungo, detto l’ Aragonese. Era dentro perché aveva ammazzato la moglie per gelosia. Lui mi disse:’ il disegno si impara, ma la pittura ‘esce fuori’, solo se ce l’ hai dentro’. Piu’ vado avanti, piu’ sento che è così, piu’ mi innamoro di quest’arte.” Quella di Roma è la sua prima mostra. “Non ho mai potuto esporre e non ho mai potuto firmare le mie opere prima, ma molti  dei miei quadri li ho venduti o regalati, alcuni sono finiti all’ estero. Anche durante il maxi-processo ne regalai tanti. Sono libero da circa un mese e questo è quello che voglio fare ora nella mia vita.” Il sapore della libertà, per lui, settantenne, è un gusto del tutto nuovo. Un uomo libero Gaspare, detto “Asparino”, fino al mese scorso, infatti, non lo è mai stato. “Dall’ età di vent’anni sono stato sempre o al confino, o in carcere, o latitante.” Di anni in galera, in tutto,se ne è fatti 28. “La galera, all’ epoca, non era un gran problema. In carcere funzionava come nel resto del mondo: se avevi soldi avevi potere, anche stando ‘dentro’. Oggi il carcere è diventato un affare piu’ serio”. I quasi trent’ anni li ha scontati per traffico di droga, omicidio e associazione mafiosa. Gaspare Mutolo era in Cosa Nostra. Ex killer ( a cui capitava, per esempio, di dover mettere un coltello in pancia a un tizio che aveva ‘sgarrato’ e aprirlo in due come un capretto), ex-uomo di fiducia dei boss Saro Riccobono prima e Totò Riina poi (“mi prese subito in simpatia, non so perché”), ex-trafficante di eroina (“il punto di riferimento di tutti i cinesi che passavano in Italia. Anche  trenta chili di eroina al giorno. Tanti soldi.Io però la droga non l’ ho usata mai.La mia droga è stata la mafia.”) Ne ha fatte, sentite e viste di tutti i colori e ne ha pure raccontate tante. Nel 1991 la svolta della sua esistenza: sceglie di pentirsi e di vuotare il sacco, e dopo un lungo percorso personale si decide a parlare con Giovanni Falcone, ma non fa in tempo: il giudice salta in aria con tutta la scorta. Allora va da Paolo Borsellino, pochi giorni prima che anche lui venga ammazzato. “Volevo parlare solo con loro due. Perché sapevano bene cos’é la mafia. Li avevo già incontrati in alcuni processi: io imputato, loro magistrati. Potevano capire pienamente le cose che avevo da raccontare. ” Le cose da raccontare erano tante. Com’ è che uno diventa mafioso, per cominciare. “A Palermo, ogni rione ha il suo mafioso.”, spiega Mutolo, “E quello sa tutto di te, da quando nasci: chi sei, dove abiti, di chi sei figlio. Io sono nato già in un contesto mafioso. Poi, naturalmente, l’ ‘attitudine’ si sviluppa crescendo e il mafioso ti osserva, vede come ti comporti, se gli porti rispetto, se ti interessa la sua amicizia, se sei ‘portato’.” E lui, evidentemente, era ‘portato’. E’ Riccobono a  “combinare” Asparino. “A Napoli, perché si trovava li’, latitante, ospite dei Nuvoletta. Era il 1973. Io avevo accompagnato la madre che voleva andarlo a trovare e abbiamo fatto questa cosa. Un buco sul dito,il sangue che scende, il santino tra le mani che si incenerisce e io che dico ‘ che io possa bruciare come questo santino se tradisco”..Da lì è iniziata la sua ‘carriera’ a fianco dei boss. “Erano altri tempi, un’ altra mafia”, ricorda “Non dovete pensare ai volgari delinquenti di oggi. Allora, la mafia, era cosa da ‘gentiluomini’. Facevamo tante cose orrende ma mai nessuno avrebbe osato ammazzare donne e bambini, come avvenne dopo. Il mafioso era temuto e rispettato. Aveva potere, fascino. Io ho fatto sempre quello che mi è stato ordinato di fare anche perché, allora,  credevo pure che la mafia fosse utile. E la realtà che vivevo era quella: se qualcuno aveva un problema, andava dal mafioso che si occupava di risolvere ogni cosa,  dalla lite tra fidanzati, al lavoro per il disoccupato. Poi, però, è cambiato tutto: da questa mafia antica, sanguinaria e terribile certo, ma che rispettava regole sacre, come quella di non toccare mai donne e bambini, si è arrivati al caos, passando per la guerra di tutti contro tutti.” Siamo negli anni’ 80, una lotta cruenta, che costerà alla Sicilia oltre mille vittime tra assassinati e gente “che non si sa che fine ha fatto”.”Quella che chiamano la ‘guerra’ di mafia degli anni ’80” spiega Mutolo, “in realtà è stata nient’altro che una ‘purga’ dal basso. E l’ artefice di tutto fu Totò Riina.” Come lo ha conosciuto? “In carcere. Mi prese subito in simpatia. E anch’io lo stimavo: era giovane ma aveva molto carisma, era uno dei delfini di Riccobono, insieme a Provenzano.” Riina è l’uomo che ha cambiato la mafia “Più tardi scoprii il suo vero volto. Era cattivo. Un sanguinario, vendicativo, non conosceva pietà. Con i ‘viddani’, i corleonesi, arrivo’ il terrore. Tutti i vicecapi eliminarono i loro capi e i famigliari, non guardando in faccia a nessuno. Fu un massacro.” Questa mafia nuova, rozza, senza regole, aggressiva anche nei confronti delle istituzioni, che non dialogava ma ammazzava solo, era un’ altra cosa dall’ organizzazione in cui era entrato Mutolo. “Ho riflettuto. E ho capito che era tutto finito. Puo’ sembrare assurdo ma la mafia di un tempo, aveva i suoi ‘valori’. La mafia nuova era solo morte. E in quel momento ho detto basta e ho voluto parlare.” E le sue parole sono state preziose per l’ Antimafia. Quando Mutolo incontra Borsellino, il primo luglio 1992, alla viglia della strage di via D’ Amelio, il magistrato esce sconvolto dall’ interrogatorio .’ Asparino’, primo fra tutti,  parla delle collusioni tra uomini di stato e  mafia. “Il giudice Borsellino era disperato perché a Capaci,poche settimane prima, aveva perso più di un amico, e lo sconvolgeva che alcuni uomini delle istituzioni fossero in contatto con la mafia.” Mutolo parla, tra gli altri, di Salvo Lima, Andreotti, di Signorino, di Contrada, dell’ intreccio tra politica e mafia che oggi è tornato di bruciante attualità  ” Il giovane Ciancimino farà la stessa fine di tutti quelli che accusano i politici di essere in ‘affari’ con la mafia. ” dice Mutolo  “Verrà ridicolizzato e poi messo a tacere. Se ci fu una vera e propria trattativa per arrivare a Riina non so, ma poi, che vuol dire ‘trattativa’? I contatti tra stato e mafia ci sono stati sempre. E mi fa ridere chi si stupisce oggi. Io certe cose, le ho dette venti anni fa…”. Il tema della collusione sta particolarmente a cuore ad ‘Asparino’. ” Questo è il nodo centrale di tutta la questione. La lotta alla mafia se si deve fare, si deve fare tagliando il cordone ombelicale con le istituzioni. Finchè non si toccheranno oltre ai beni dei mafiosi anche quelli dei politici collusi, la mafia non sarà sconfitta, perché sconfiggerla si puo’. Come diceva Giovanni Falcone ‘ la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio ed una fine’ ma per vedere la sua fine, bisogna che si taglino i legami con gli apparati dello stato.” Quest’ uomo  anziano, elegante (“il Barone di Partanna mi chiamavano, ai tempi”), che travolge con fiumi di parole per alleviare il peso di troppi ricordi,  liste di nomi, racconti di situazioni dolorose, oggi cita l’uomo che gli ha cambiato la vita, il giudice Falcone, e spera di essere un’ ‘ispirazione’ per chi vive di mafia “Sono contento di rilasciare un’ intervista per un giornale femminile perchè penso chissà, magari le mamme, le mogli, le sorelle, possono far riflettere gli uomini e guarirli dalla mafia” e invitarli a pentirsi. Ma chi è un pentito di mafia? “Pentito è un concetto mistico. Io non rinnego niente del mio passato e mi prendo ogni responsabilità per le cose orrende che ho fatto. Ma la mafia è stata la mia droga, la mia malattia. Un giorno pero’, ho iniziato a riflettere: che cosa lascio ai miei figli?”. Gaspare Mutolo si prende le sue responsabilità e non rinnega niente ma sa che la mafia, una cosa piu’ delle altre, gliel’ ha tolta. E oggi, a 70 anni, lo vuole dire chiaramente che tutto il denaro, il potere che ha avuto, non lo ripagano del tormento che passa, pensando alla sofferenza che ha provocato ai suoi famigliari. “Mia moglie, i miei figli. La mafia ha tolto loro la possibilità di vivermi accanto, ha tolto loro la mia presenza. E’ di questo prima di tutto che sono pentito.” E anche per chiedere perdono a loro, oggi, lavora con passione ai suoi quadri: il giallo, l’azzurro, il rosso,il bianco, fiori, alberi, tramonti, casuzze e a margine la firma ‘Gaspare Mutolo’ “Il mio nome, finalmente associato a qualcosa di bello, di cui andare fieri.”

La squadra del Capitano “Ultimo” si riunisce a Palermo

Era il 15 gennaio 1993 quando i carabinieri della Crimor, i “soldati straccioni” guidati dal Capitano ‘Ultimo’, dopo mesi di indagini e appostamenti, scoprivano il ‘covo’ di via Bernini,54 a Palermo, facevano scattare le manette ai polsi di Totò Riina, il ‘capo dei capi’ di Cosa Nostra e infliggevano un duro colpo alla criminalità organizzata. Vincevano così una fondamentale battaglia della lunga guerra tra Mafia e Stato che si era fatta feroce, senza esclusione di colpi, nella stagione delle stragi. Sono passati diciassette anni ma per  i carabinieri che resero possibile quell’ arresto, il ricordo è ancora molto vivo. Non sono piu’ una squadra, ma rimarranno sempre un gruppo. Dopo l’ azione di via Bernini sono seguiti anni di sospetti e polemiche, e un processo, per rispondere alla domanda: ‘Perché si fece passare tanto tempo prima di perquisire il nascondiglio del boss?’.  Oggi gli uomini di ‘Ultimo’ sono sparpagliati in tutta Italia, qualcuno ha scelto di congedarsi, vivono ancora tutti nell’ anonimato e nell’ ombra, per ragioni di sicurezza. Ma quel 15 gennaio non lo possono dimenticare e non possono dimenticare quello che chiamano ancora “il capo”,” il capitano”, oggi colonnello alla guida del Noe (Nucleo Ecologico), Sergio De Caprio, “Ultimo”. Si sono ritrovati tutti al Pala Uditore di Palermo nell’ anniversario di quel giorno: “Aspide”, “Pirata”, “Batman”, “Arciere”, “Ombra”, “Homar”, “Nello” e tutti gli altri. Quando l’ Associazione Volontari Capitano Ultimo ha lanciato l’ idea di una “Festa della Legalità”, per ricordare un momento importante per il Paese e raccogliere fondi per la casa famiglia che l’ associazione sta costruendo a Roma per i ragazzi che vivono situazioni di disagio, ‘ultimi’ anche loro, i ragazzi della squadra hanno risposto tutti “Presente! “Avrebbe dovuto esserci anche il “Capo”, ma non ha potuto. Per sicurezza. Quello di “Ultimo” è un nome che la mafia non puo’ dimenticare e la vita di Sergio De Caprio si svolge di conseguenza, limitata, condizionata, nell’ ombra ma il ‘capo’ ha voluto comunque in tervenire telefonicamente: “Le persone che lottano per la strada non dimenticano. ” ha detto “Conoscono la gente perchè combattono per loro. Non dagli uffici ma nei quartiere, nelle vie. Non dimentico Palermo e non dimentico le periferie.” “Sono felice di tornare a Palermo questa sera”, dice Homar, ‘ex- soldato straccione’, oggi in congedo “Ritrovarci tutti e ricordare quella data è importante. Quello è stato un momento di svolta della lotta alla mafia in termini pratici e soprattutto in termini simbolici. E’ stato un momento importante per la gente. Fino ad allora c’era totale sfiducia, la Mafia sembrava imbattibile. Si percepiva la resa, tra la gente, ma anche nelle istituzioni. Da quando abbiamo catturato ‘Totò’ l’ aria è cambiata, la gente ha alzato la testa, ha capito che vale la pena di lottare. Oggi c’è l’ Albero di Falcone e ci sono state manifestazioni anti-mafia addirittura a Corleone, a casa loro. Tutto impensabile fino a quel 15 gennaio.” Homar sfoglia le foto di quel giorno, il momento dell’ arresto, le foto del “covo” di via Bernini, le foto di “Totò” al processo. Lo chiama così, “Totò”, con la confidenza di uno che lo conosce bene. D’altronde ha passato molti mesi della sua vita dietro a lui : “Quello che ci ha permesso di ‘fregarlo’ è stato il metodo, il modo nuovo con cui lavoravamo con il capitano. La prima regola è stata ‘conosciamoli’, quindi ‘studiamoli, osserviamoli’, poi ‘diventiamo un po’ come loro’, entriamo nei loro ambienti, nella loro testa e, soprattutto, trattiamoli come avversari, non come nemici. Questo approccio mentale è stata la nostra forza”. Spiega Homar, “Sarebbe stato umano guardare i mafiosi come nemici: parliamo di gente spietata, che all’ epoca aveva un potere enorme. Per ammazzare Falcone e tutta la scorta erano riusciti a far esplodere l’ autostrada,  Borsellino lo hanno fatto saltare in aria in una strada tra i palazzi, in città, alla luce del giorno, e poi ancora bombe davanti a monumenti, in posti controllatissimi. Riuscivano a fare di tutto, si dimostravano piu’ forti.” L’ avventura della squadra del Capitano “Ultimo” nasce proprio dalla strage di Capaci “Il nostro gruppo lavorava a Milano già da qualche anno sulle infiltrazioni mafiose in città. All’ inizio ci prendevano in giro, parliamo della fine degli anni ’80: ‘la mafia a Milano non esiste’, dicevano. E invece, c’era eccome. Abbiamo fatto un gran lavoro, arresti importanti. Lavorando, siamo entrati in contatto con il giudice Falcone che aveva un approccio davvero innovativo alla materia. Aveva lo stesso nostro modo di vedere la questione: cercava i collegamenti. Lui tra le carte, noi per strada, ci accomunava il metodo investigativo dell’ associazione, per arrivare a scoperchiare la pentola.” Quando Falcone salta in aria con tutta la scorta nel maggio del 1992, quella ferita è una svolta anche per gli uomini del Capitano “Ultimo”. “Ci siamo guardati in faccia” ricorda Homar ” e ci siamo proposti per partire per Palermo. D’altronde era un momento di caos, non si sapeva dove mettere le mani, quelli mettevano le bombe.” E a Palermo hanno cominciato a lavorare con i loro metodi “L’ osservazione, il rendersi invisibili, lo studio delle abitudini e delle mentalità, il seguire il pesce piccolo per arrivare a quello grande, l’ Avversario”. L’ Avversario, non il Nemico. “L’ ‘Avversario’ è un concetto che ti aiuta a mantenere la freddezza. Il nemico lo odi, tendi a personalizzare la lotta, l’ avversario è solo qualcuno da battere, senza coinvolgimenti ‘emotivi’ che rischiano di farti perdere lucidità”. L’Avversario era Salvatore Riina, capo indiscusso di Cosa Nostra: “‘Totò’ era il Capo carismatico. L’ abbiamo percepito anche al momento dell’ arresto. E’ bastato un suo sguardo di mezzo secondo, senza parole, per ammutolire il ‘biondino’, l’ autista catturato con lui che rideva strafottente. Lì ho capito il suo potere. Questione di personalità. Abbiamo tolto alla Mafia un re e abbiamo dato alla gente un momento di speranza.” I ricordi di Homar, e quelli del resto della squadra sono vivissimi, quella rimane la loro esperienza professionale piu’ forte. A quasi vent’anni di distanza si sentono ancora, parlano ancora di quella cattura e sono ancora legati da vincoli di solidarietà e stima tra loro e con il loro capo. Quando ad ottobre scorso è stata revocata la scorta al “capo” (scorta ‘riassegnata’ il 14 gennaio n.d.r.), hanno scritto una lettera collettiva in cui si proponevano, gratuitamente, per proteggere”Ultimo” e quando è nata l’ idea della ‘festa della legalità’ non hanno avuto esitazioni e sono accorsi da ogni parte d’ Italia per ritrovarsi e raccontare la storia della squadra che incastro’ il Capo dei Capi.

Piera Aiello, testimone antmafia, cognata di Rita Atria: “Lo stato mi ha lasciato sola”

Rita Atria

Rita Atria

PARTANNA, TP – “Sono tornata in Sicilia perché ho paura. Ho regalato diciotto anni della mia vita allo Stato e ora lo Stato mi lascia sola“. A parlare è Piera Aiello, una donna di 42 anni che, da 18, vive sotto copertura perché è un testimone antimafia. “Ho fatto tanti sforzi per ricostruirmi una vita poi, da maggio,quando ho saputo per caso che la mia copertura era saltata, ho perso la pace. In un incontro con mia madre ho scoperto che una compaesana le aveva detto di sapere dove mi trovavo e anche le mie nuove geralità. Ora è in corso un’ indagine ma nel frattempo non mi sento protetta. Ho chiesto alle autorità almeno un apparato di videosorveglianza per la casa dove vivo con la mia nuova famiglia, ma non è stato possibile averlo. Ho paura per loro. Per proteggerli ho deciso di tornare: se vogliono me io sono qui, ma lasciassero in pace la mia famiglia..” Da 72 ore Piera Aiello è a Partanna di Trapani,suo paese natale, da dove il giudice Paolo Borsellino l’ aveva fatta partire nel 1991 con destinazione ‘località segreta’ dicendole: “‘picciri’, fai conto che per te la Sicilia è stata strappata da tutte le carte geografiche”. Intorno a casa sua, c’è il deserto: nessuna guardia, nessun sistema di protezione, è la mamma di Piera ad aprirci il portone. Tre giorni nel paese dei mafiosi che ha denunciato e nemmeno l’ ombra di una scorta: “i carabinieri mi hanno detto: noi non abbiamo alcuna disposizione in merito. Quindi non ho una scorta qui come non ho la videosorveglianza a casa ma nessuno ancora mi ha certificato che la mia sia ormai una situazione di ‘scampato pericolo’. Magari arrivasse questo pezzo di carta, sarei felice, potrei smettere di preoccuparmi. Invece, nessuno si pronuncia. Basta, voglio chiarezza.” Piera Aiello diventa testimone nel 1991 quando la mafia le ammazza sotto gli occhi il marito e padre della sua prima figlia, Nicola Atria, ‘picciotto’ di una ‘famiglia’ del trapanese. Dopo la sua ribellione anche Rita Atria, sorella e figlia di mafioso, cognata di Piera, diventa testimone. Rita, alla cui storia é ispirato il film “La siciliana ribelle”,  si suiciderà nel 1992 a soli diciassette anni, dopo la strage di via D’Amelio dove perse la vita il giudice Borsellino che aveva preso entrambe le ragazze sotto la sua ala protettrice. Dopo diciotto anni, Piera rifarebbe ancora la scelta che le ha cambiato la vita: “Mi sono sempre ribellata a mio marito” ricorda, “prendevo un sacco di botte. Io venivo da una famiglia tranquilla, lui era figlio di un mafioso. Vedevo quello che era: un delinquente. Ma nessun uomo ha diritto di togliere la vita ad un altro uomo. Ammazzarono Nicola sotto i miei occhi. Io uscivo e incrociavo l’assassino del padre di mia figlia che mi sorrideva beffardo e pensavo: ‘ non è giusto, perchè devono rimanere impuniti?’. A Partanna all’ epoca era un far west, la mattina uscivi a fare la spesa e non eri sicuro di tornare a casa. Parlai con un amico carabiniere che mi fece capire che qualcosa si poteva fare e mi portò da Morena Plazi sostituto procuratore di Sciacca che a sua volta mi portò dal Procuratore di Marsala, Paolo Borsellino. Parlammo e lui disse: “Se questa cosa deve andare avanti tu non puoi più tornare qui. Fai conto che per te, oggi, la Sicilia viene strappata dalla carta geografica’. Mi diede 48 ore per prendere quello che dovevo per me e mia figlia ed andare via. Ero seguita a vista.” Questa donna coraggiosa si ritrova ora, dopo venti anni di collaborazione con lo stato, ad avere paura e a sentirsi sola. “La vita sotto copertura non è facile.” racconta lei, “Le difficoltà relative alla nuova identità, per esempio, sono molte. I documenti che ci hanno dato non sono come quelli originali. Una volta mi hanno fermato i carabinieri e si sono accorti che la mia patente era “falsa”, un’ altra volta non avevo il codice fiscale da lasciare a un dentista e gli ho lasciato quella di un’ amica.Per una visita in ospedale, non ricordavo il “finto” luogo di nascita di mia figlia.” E poi bisogna stare sempre alle decisioni altrui, anche quando sembrano paradossali” Mi hanno fatto tornare a Partanna, convocata in tribunale in un dibattimento a porte aperte perché ero stata chiamata in giudizio da mia suocera e dovevo difendermi dall’ accusa di aver rubato un trattore. Sono potuta andare lì, a casa dei mafiosi, sotto scorta, mentre non sono potuta andare a trovare mia madre operata di cuore a Palermo perchè secondo le autorità, anche sotto scorta, sarebbe stato troppo pericoloso.”

Condizioni di vita accettate solo per la sicurezza sua e dei suoi cari. Piera Aiello oggi ha un marito, due figlie e un’ attività lavorativa. Dopo il “disvelamento” della copertura, i fantasmi del passato sono tornati a tormentarla e per sconfiggerli e farsi ascoltare è dovuta tornare in Sicilia.”Avevo una vita relativamente normale fino a quel momento. Ma io che ho vissuto dieci anni di mafia so che ‘loro’ arrivano ovunque. Non si muore solo perché ti sparano addosso, si muore anche per incedenti stradali…”
Piera Aiello è sostenuta nella sua protesta dall’ associazione antimafia intitolata a Rita Atria, di cui è presidente.
Rita è oggi considerata un personaggio simbolo della lotta contro la mafia, che ricordi hai di lei?
“Era una persona eccezionale, il suo sacrificio è stato un atto di grande coraggio. Voleva dire: non vi do la soddisfazione di ammazzarmi, mi ammazzo prima io. Lei mi ha salvato, senza di lei sarei stata presto dimenticata. I testimoni non sono eroi, sono persone che denunciano i delinquenti perché hanno dei valori in cui credono. Ma proprio perché non siamo eroi, vogliamo la sicurezza che ci viene promessa.”
Il  clamoroso atto di protesta di Piera Aiello,  è servito anche a sollevare un velo sulla vita non facile dei testimoni anti-mafia (circa 70 in Italia)che, dopo una scelta di coraggio civile vengono, a volte, dimenticati.